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Venezia sotto pelle.

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C’è un té nero, l’Assam, che funziona come  un ostrica: il sapore arriva dopo. La prima cosa che si sente è uno superficie d’acqua calma, poi arriva la profondità. E allora bisogna scegliere, se tuffarcisi o passare oltre prendendo un altro sorso.
E’ lo stesso anche Venezia.

Monet nel 1908 passó un periodo a Venezia. Sembra avesse paura di dipingerla ma ad un certo punto ruppe gli indugi. Fu ospite a Palazzo Barbaro,di una mecenate incontrata a Londra, Mary Hunter.

La Serenissima è una città di acqua e di nebbia, che sia la bruma del mattino o quella densa tipica delle giornate più fredde dell’anno. Ma se ci si inoltra, magari all’ alba, allora è come passare attraverso le velature di Giorgione e, tutto avrebbe la stessa consistenza del cielo.

Piazza San Marco smetterebbe di avere confini visibili, sarebbe una lunga distesa dove non si capisce dove comincia l’acqua. Forse da lontano si vedrebbero ancora  le ombre delle navi,  ferme nel bacino, che durante l’inverno del 1505 per quanto la nebbia fosse fitta non riuscivano ad attraccare. 

La fotografia è di Paolo da Reggio via wikimedia.org.

Un cronista dell’epoca,  Marin Sanudo il giovane, nei “Diarii”, racconta che per evitare che un grande problema diventasse crisi, furono calmierati i prezzi, controllato il mercato del pane, represso gli accaparramenti e le voci allarmistiche (la cosa più pericolosa di tutte).

La fotografia è di Alexandra Uivarasan, licenza unsplash

Vicino alla Basilica, Palazzo Ducale, il luogo del potere, sembra,galleggiare, sospeso. 

Si racconta (scritti ottocenteschi e tradizione orale su come funziona la giustizia) che nel XVI secolo, durante una seduta del maggior consiglio, un nobile accusato di tradimento, sviene mentre gli vengono letti i capi d’accusa. Non viene soccorso, il processo continua ed alla fine viene portato via dalla porta che conduceva alle prigioni.

Intorno, lo sciabordio dell’acqua, probabilmente mossa da qualche gondoliere,  il rumore dei passi di qualcuno, corpi forse legati a qualche velatura più antica. Vicino, a partire dal 1600 -per circa un centinaio di anni-, a Piazza Mosé, c’era il Ridotto, il primo Casinò d’Europa. 

Non che il gioco d’azzardo fosse un esclusiva delle stanze di Palazzo Dandolo usate, ma il controllo e le tasse si. Molti ci andavano con l’esclusivo scopo di osservare: chi perdeva, chi vinceva; serviva a capire il carattere delle persone o accaparrarsi un milionario (se allora si diceva così). Bisogna immaginarselo come una pentola che bolle, musica -che doveva coprire accordi e trattative- , tavoli da gioco sempre pronti,  continua tensione.

Verso il molo, una gondola aspetta.

Lentamente, cullati dall’acqua. si scivolerebbe nella laguna. Il movimento dei remi spezza il riflesso di Santa Maria della Salute. Posto curioso.

La chiesa fu progettata senza una direzione precisa e il caso vuole che proprio qui, si perda la cognizione del tempo: giorno, notte, anni, mesi. Le case che affacciano sul Canal grande sembrano avere perso ogni contorno netto; sono fatte di storie. 

Sulla destra si vede baluginare tra la nebbia Palazzo Dario. La casa si dice maledetta per uno strano allineamento suicidi, morti sospette e fallimenti coinvolse chi l’abitò. Negli anni settanta fu protagonista di un fatto di cronaca nera, l’omicidio di Fabrizio Giordano delle Lanze, un conte torinese proprietario del palazzo da due anni. Fu accusato l’amante, un marinaio croato, ma nessuna sentenza riuscì a portare prove conclusive. Lui scappò a Londra, dove si dice fu a sua volta vittima di morte violenta. 

Ma a dare origine al presagio fu Giovanni Dario che fece costruire il Palazzo. Era un diplomatico di altissimo rango, che fallì non per una maledizione, ma perché lo stato Venezia non gli pagò quanto dovuto per insuoi servigi, proprio nel momento in cui era indebitato per costruire la casa. Seguì una morte sospetta e il suicidio della figlia.

La fotografia è via Wikipedia.org


Vicino c’è Palazzo Venier dei Leoni, la casa che fu di di Peggy Guggenheim.

Nel 1948, appena finita la guerra, quando ancora la fatica, il freddo e la povertà dilagavano, Peggy,dopo avere presentato la sua collezione alla Biennale,  diede una festa memorabile. Un critico disse “non capivamo se eravamo ad una festa o in un salotto di New York”; un altro “ho visto un uomo appoggiarsi ad un Calder mentre parlava” o “la casa sembrava vivere da sola”. Le opere non erano appese o protette, i quadri restavano a  portata di mano, le sculture tra le persone  (evviva Peggy che considera l’arte, vita, non un santino da onorare); lei non faceva la padrona di casa, passava, ascoltava, rideva, alle volte spariva.

La fotografia fa parte del Peggy Guggenheim collection

Sembra che Max Ernst, di Peggy, non sopportasse la mondanità; quella casa sempre aperta, il primo piano  sempre accessibile al pubblico (delle volte poteva capitare di vederla in pigiama). D’altra parte Dorsoduro è sempre stato il quartiere della mondanità, perfettamente defilato ed insieme raggiungibile comodamente. Qui il Canal Grande è largo, curvilineo, meno controllato: amanti, nobiltà minore, ospiti non ufficiali arrivavano senza dare nell’occhio, senza sfilare davanti al potere. In questo posto si trova Ca’ Rezzonico. Nelle “memorie” Casanova racconta di quando Carlo Rezzonico fu eletto papa (grande problema per Venezia) e del ciclo di  feste che ne seguì. Si dice che fosse un tenere insieme ciò che non avrebbe potuto alla luce del giorno.

Certo non tutto quello che luccica è oro. Proprio di fronte a Palazzo Venier dei Leoni, c’è la casa di  Veronica Franco, una cortigiana denunciata al Sant Uffizio che si salvò difendendosi da sola. Secondo una studiosa -Margareth Rosenthal- venne accusata dal tutore del figlio coinvolto in alcuni di furti, che per timore di essere accusato, usa la denuncia come colpo preventivo. 

Quando si passerebbe sotto il Ponte di Rialto, qualcosa cambia. È come se si lasciasse la superficie, si cominciasse a navigare nel  sottopelle di una città senza tempo. Allora si attraversano i mercati, i banchi, il grano, le spezia e si arriva ad un punto in cui cambia tutto.

Il Canal Grande si fa più stretto, meno solenne. 

La gondola girerebbe verso un canale secondario, sull’acqua si vedrebbe riflettere una luce calda.
Intorno assieme all’odore di bucato e di cucina,  serpeggia la sensazione d’essere al cospetto di un cuore che batte. La gondola si inoltra sempre più, fino a fermarsi alla Scuola della Misericordia,  all’entrata di un ballo, nel carnevale dei carnevali, in una sera senza tempo.

Chiunque tocchi la pietra della piazza, come fece la fata di Cenerentola, si vede trasformato in un aristocratico in costume. Dentro saltimbanchi, ballerini, mangiatori di fuoco. 
D’altra parte questo è il cuore di Venezia.

La creatrice del ballo del doge” è  Antonia Sautter, forse un umana, forse una fata -o  lo spirito della città?-. Perché è come quelle cose che è anche solo bello sapere che esistono; vanno oltre quello che appaiono; affondano le loro radici in un sostrato comune ed indipendentemente che si partecipi o meno. Come se di quel bruttissimo, triste, giorno in cui la Serenissima Repubblica di Venezia cadde, si potesse dire che in definitiva, nonostante tutto, lei c’è. Non è cambiato niente.

Elisabetta Guida