Venezia sa di vetro, Carlo Nason è una terra di confine.



L’odore di Venezia è di acqua salmastra, un po’ salata, iodata e poi il muschio che per via dell’umidità cresce un po’ ovunque. Una combinazione che serpeggia per le strade, tra le persone, mischiandosi ai profumi di cibo, alle piante dei giardini riparati da occhi indiscreti. Invece, sembra -ambasciatore non porta pena- che quello del vetro soffiato a bocca, abbia un sentore di cera api.
(L’immagine è di Kasa Fue, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons
Nel XIII secolo la Repubblica di Venezia ordinò a tutte le fornaci di trasferirsi sull’isola di Murano, certo volevano prevenire le fornaci arrivó il vetro. Proprio qui, perché così evitavano possibili incendi ma anche per proteggere con più facilità i segreti dell’arte vetraria. Ed a Murano la famiglia Nason ha lavorato il vetro dal XIV secolo. Il punto non è il solito discorso su quanto tempo sia passato, o meglio lo è, ma agganciato a due fatti. Fondamentalmente sono le tecniche ed i trucchi tramandati da generazioni di maestri vetrai, girate su aspirazioni, personalità e gusto dei singoli. In una parola: cambiamento.
L’acqua, la cera d’api, la Serenissima e Carlo Nason hanno questo in comune.

Perché è da considerare che le caratteristiche delle lampade di Murano siano: la ricchezza del colore, delle volte con combinazioni cromatiche audaci ed un design sfarzoso. A proposito di quest’ultimo si parla di stile “Rezzonico”, vale a dire lampade imponenti con una indiscutibile presenza scenografica. Oltre a fiori, foglie, volute, riccioli, pendenti a gocce, putti, animali, stemmi nobiliari ecc… . Carlo Nason fa l’opposto: linee pulite e colori naturali.


L’artista si è ispirato ai vasi metallici giapponesi ma per quanto riguarda le linee pulite viene da chiedaerci se possa c’entrare qualcosa la passione per la fotografia. Meglio: se il modo di Nason di vedere la realtà in un certo modo lo abbia portato a creare oggetti più architettonici.
Pare ci sia tutta una interpretazione in fotografia su: linee implicite (non reali ma create dall’allineamento degli oggetti) curve (grazia, fluidità), convergenti (senso di tridimensionalità), diagonali (movimento), orizzontali (stabilità) e verticali (stabilità in equilibrio); che una volta entrati nella visione la realtà prenderà un aspetto ancora più curioso.
Ma al di là, resta che in occasione della Design Week, la Galleria Fragile di Milano dedica a Carlo Nason “Handle with care”, un esposizione che raccoglie un centinaio di lampade. Lui è uno dei più importanti designer italiani del vetro. Si dice che la tecnica che lo caratterizza di più siano gli strati sovrapposti o il connubio di superfici rugose ed irregolari con il colore sfumato. Che sia come sia, il bello sono le sue lampade, poi per ognuno la sua arte sarà caratterizzata per quello che il suo cuore gli dirà.


Indubbiamente a molti ha parlato, Nason ha avuto collaborazioni importanti, é stato coinvolti nella restaurazione della cripta di San Marco, due dei suoi pezzi sono stati esposti al The Corning Museum of Glass di New York. Non che questo di per se qualifichi ciò che consideriamo bello, l’arte è di tutti. C’è uno psichiatra, Tamburello, che afferma che il cervello serve a proteggerci, il cuore a vivere. Ecco il discorso è questo: sia per chi vede che per chi fa. Nason é un grande perché ha avuto il coraggio di esprimersi, essere terra di frontiera.
Se siete a Milano o programmate di venire, Fragile, Via Simone D’Orsenigo 27 fino al 2 giugno. (Se il navigatore vi dice di scendere dalla metro alla fermata Sant Agostino , non ascoltatelo, non sono 600 metri a piedi dalla galleria, ma un milione di chilometri).
Elisabetta Guida.







