Van Gogh e Matthew Wong: ognuno fa quello che è


A Zurigo, al museo Kunsthaus, Van Gogh e Matthew Wong: meraviglia.

Tutti ne hanno scritto. Van Gogh è Van Gogh e Matthew Wong uno dei più quotati artisti al mondo. Quando ancora in vita i suoi quadri venivano quotati cifre da capogiro (l’opera di fianco “mood room” é stata venduta nel 2018 per 848.000 dollari). Poi a 35 anni decise smettere di combattere contro solitudine ed emarginazione e si tolse la vita. Perché lui come Van Gogh era diverso e come l’atista olandese cercava e vivea secondo verità.
Il punto è che ancora oggi molti ne scrivono, come se si trattasse di due disadattati, per dire tra le righe: “non erano come noi”, il genio aveva avuto come tributo delle tare.
Per me assolute assurdità.
Certo Mathew Wong era malato e non poco: ma cosa c’entra? Si laureò in antropologia, seguito da un master in fotografia che lo portò a scoprire quello che sarebbe stato il “suo” medium: la pittura. Qui imparò comeautodidatta. Andava alla biblioteca pubblica, studiava Matisse, Van Gogh e Munch, confrontandosi con altri artisti sui gruppi di Facebook. Questo non fa di lui una persona di poco conto, disperata con nient?altro da fare. Ma solo un artista che aveva trovato il supporto perfetto per esprimersi. Lo stesso discorso vale per Van Gogh.

Ma parliamo della loro morte, visto che questa è una delle ragioni attraverso la quale li si giudica affetti da chissà quale malattia mentale.


Qualche mese fa ho scoperto una biografia di Van Gogh incredibile, ma incredibile, lunga più di mille pagine. Gli autori hanno scandagliato ogni singola lettera scritta dall’artista usandole come punto di partenza per scavare attorno ai personaggi che frequentava, la sua vita del giorno per giorno. Ebbene la notizia è che: Van Gogh non si è suicidato. Sembra che ai tempi frequentasse due perdigiorno, i quali una sera, mentre giocavano con un arma, partì un colpo che prese Van Gogh. L’artista sapeva di avere poche ore di vita, così mentì ed affermò d’avere volto l’arma contro di se’. Era stufo di vivere. E lo era anche Matthew Wong. La madre in un intervista telefonica, avvenuta dopo la morte, disse: “he would just tell me, you know mom, my mind, I’m fighting with the devil every single day, every waking moment of my life”.
Non so voi, ma io ci vedo due omicidi belli e buoni.
I colpevoli siamo noi adesso e all’epoca di Van Gogh. L’arma: il rifiuto verso chiunque sia diverso dai cliché, sia lontano da must Have o must be. Certo la facciata è diversa, si tolgono le vocali alle parole, si storpia l’italiano, si va ai gay pride. L’importante è mostrarsi persone con una certa cultura e dalla mente aperta. Ma poi sono veline e calciatori ad eesere il metro di chi conta e a chi dare credito.
Almeno che non si sporchi la loro arte con la nostra pochezza.


Il mio atleta preferito, Noah Liles, è arrivato terzo alla finale dei duecento metri con il Covid, dunque cosa conta quello che uno ha o non ha? Ognuno fa quello che è, anche se il mondo finge di non vedere.
Elisabetta Guida
FONTI:
– “Van Gogh, The Life” di Steven Naifeh & Gregory White Smith, edito da Profile Books.
– www.karmakarma.org
LA MOSTRA:
La cosa importante da dire è che c’è tempo fino al 26 gennaio. Per il resto ecco il sito del museo, magari per potersi organizzare: www.Kunsthaus.ch
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