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Un Kimono, un corpo, due modi di vestire

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A volte penso che esistano due “forme”: la linea, cioè l’architettura del vestito, l’insieme di taglio e cuciture, poi quella che veste un modo d’essere. Insomma la stessa ma diversa, due facce della stessa medaglia.
Prendete il “kimono”.

Punto di partenza, la mostra su questi antichi abiti, a Prato, patrocinata dall’Ambasciata del Giappone in Italia. Kimoni della collezione privata di Lydia Manavello, tutti datati tra 1915 e 1930, che hanno la particolarità di risentire dell’arte figurativa occidentale dell’epoca. 
Un gioco di influenze, ma soprattutto di un linguaggio che diventa comune. 
Eppure… quella stessa forma, veste i diversi modi per cui si decide di indossare un vestito. Un abito non è diverso da un profumo: deve connettersi con l’anima, essere seducente. Allora è interessante capire cosa è cosa è cosa a partire dall’idea di corpo.

Perché se noi occidentali lo vediamo come forma e carne, per i giapponesi  quello che è importante sopra ogni cosa è lo scheletro. Pare che tutto dipenda dall’idea di forza, cioè la capacità di muoversi e raggiungere i propri obiettivi è qualcosa che si riceve. Il corpo è una coppa che senza ossatura non avrebbe struttura. Pare sia per questo  motivo che la forma a T del Kimono sia preservata attraverso le imbottiture, le quali hanno funzione di nascondere parti, come ad esempio il seno. 

Un altro universo rispetto al nostro modo di intendere il Kimono. Almeno fino a qualche hanno fa quello ci distingueva era che il vestito dovesse suggerire, “sotto il vestito niente”, come quel pezzetto di stoffa fosse qualche goccia  di Chanel n.5. Ma le nuove generazioni hanno trovato un altro modo di percepire il corpo costruendo una nuova identità. Mentre da noi paghiamo il prezzo di considerare la fisicità qualcosa di poco importante -o da ostentare- e non, semplicemente noi stessi.

In Giappone, la seduzione è tutta riassunta in una parola: “Iki”, quel miscuglio  tra spontaneità ed artificio sullo sfondo di un eterno divenire in un di moto perpetuo inarrestabile, che porta con se la malinconia per la vita che passa e va. In poche parole è seducente l’originalità che spunta all’improvviso. Niente di eclatante o volgare… la leggerezza di essere noi stessi. Forse un abito così formale ha gettato le basi per l’insolito. Non per niente quello indossato in Giappone oggi giorno, è stato disegnato da alcune Gheishe nel 1800.

Rimane la genialità di chi ha disegnato le linee che hanno fatto il Kimono.
Si dice che all’inizio la forma dell’abito fosse stata influenzata dal vestito tradizionale cinese, ma dal 794 – per il calendario occidentale l’VIII secolo d.C- crebbe in autonomia e non solo ha attraversato il tempo ma è riuscito ad interpretare le evoluzioni di un modo d’essere.

Elisabetta Guida

2 pensieri riguardo “Un Kimono, un corpo, due modi di vestire

  • Francesco

    Bellissimo

  • Elisabetta Guida

    Grazie!

I commenti sono chiusi.