Trilogia dell’abisso. Capitolo 3: Increspature
Un disegno nell’aria: Vulnus.
Questo articolo non è un pubbliredazionale. Il marketing non decide la mia linea editoriale. Un profumo non è cosa differente rispetto ad un’opera d’arte, è il tentativo di disegnare l’invisibile.
Personaggi:
Soggetto: accordo di ferro ossidato, vaniglia nera, cuoio.
Contro Soggetto: Gelsomino, caramello bruciato.
Coda: creme brulee, VoV.

Qualche giorni fa è stato presentato a Firenze, Vulnus , di Filippo Sorcinelli.
Ferita: parola difficile. Sa annullare il tempo, sovrapporre pezzi di vita come se tutto fosse avvenuto contemporaneamente. Questo articolo è un groviglio com’è il mio sentire, come se l’unico filo che salva dal vuoto fosse il movimento: Ferro ossidato: freddo; Vaniglia nera: morbido; Caramello bruciato: caldo. Poi la trasformazione: il Gelsomino luminoso che si trasfigura, diventa altro.

Perché Vulnus è la storia di tutte le vite, di tutti gli impasti di cui siamo fatti, di cui è fatto il mondo. E forse Firenze -come me- non ha mai superato la morte di Lorenzo il Magnifico, chissà. Immaginate come se all’improvviso Parigi sparisse dalla faccia della terra, o il giorno in cui la Serenissima capitoló sotto l’esercito di Napoleone. Piuttosto che l’esecuzione di Corradino di Svevia. È… questo vuoto.
Tra l’altro la presentazione é stata fatta a due passi da Piazza Michelangelo. Lui: Michelangelo.

L’8 Aprile 1492 é il giorno che nessuno avrebbe voluto arrivasse, nella notte Lorenzo passó oltre e Michelangelo ne fu travolto. Non riuscì più a scolpire o a fare altro per mesi.
Fino a che Piero
– che per l’artista non era solo il figlio di Lorenzo, ma quasi un fratello. (Michelangelo visse a Palazzo Medici trattato da Lorenzo come un figlio: aveva un suo spazio, divideva la tavola con la famiglia. Non era una cosa usuale: la casa ospitava moltissime persone per i più svariati motivi, ma le vite di ognuno gravitavano in una sorta di universo parallelo rispetto alla famiglia. L’Entourage chiamava Michelangelo ‘il ragazzo di Lorenzo’-)
gli commissionò l’Ercole. Un eroe affronta la fatica, attraversa prove terribili, trasforma la forza in virtù. In una parola: Lorenzo. Il quale era tutt’altro che perfetto, ma la sua abilità fu usare le ferite, da cui venne colpito, come martelli pneumatici per spaccare la superficie, cambiare prospettiva, scoprirsi. É così che divenne ‘il magnifico’.

Il 26 Aprile 1478, una domenica di Pasqua nel momento in cui, nel duomo, si sarebbe sollevata l’ostia, gli assassini si avventarono su Giuliano e Lorenzo. La cosa incredibile è che questa violenza che lacera ancora, sia nata semplicemente da interessi politici.
I Pazzi che volevano soppiantare la famiglia Medici. Il Papa Sisto IV che cercava di sistemare la famiglia e voleva un principato per il nipote Gerolamo Riario in Romagna a cui Lorenzo disse no. Così come disse no Francesco Salviati nominato arcivescovo di Pisa: il prelato voleva il suo posto.
Ma ognuno risponde alle proprie riferite come crede, anche con l’assassinio.

Lorenzo si salvò, i congiurati vengono giustiziati compreso Salviati, la città si schiera a fianco dei medici. Il Papa scomunica Lorenzo, pone Firenze sotto interdetto, si allea con Napoli e gli muove guerra. Con Firenze, c’è Milano e Venezia ma la guerra sta andando male, nel 1479 l’esercito fiorentino viene sconfitto a Poggibonsi.
Accordo di ferro ossidato, vaniglia nera e cuoio: la ferita.
Lorenzo viene colpito esattamente dove crede di essere imbattibile: la diplomazia. Allora cosa fa? Capisce che non può battere Sisto IV sul campo, prende un cavallo e va a Napoli. Non manda in ambasceria, mette se stesso nelle mani del nemico Ferdinando 1 d’Aragona che avrebbe potuto ucciderlo in un battito di ciglia (c’erano dei precedenti). Rimane a Napoli tre mesi e lo convince a passare dalla sua parte. Gelsomino, Caramello bruciato.
Giuliano invece quella pasqua muore pugnalato nel Duomo di Firenze.

Una certa Fioretta aspetta suo figlio illegittimo, lei morirà di parto (secondo una ricostruzione del Corriere della Sera ma non è sicuro). Mentre il bambino sarà adottato da Lorenzo. Giulio conoscerà i genitori solo attraverso i racconti di altri.

Ed è la storia di quelle ferite che passa da una generazione all’altra.
A proposito di ferite e famiglia, Giuliano voleva essere Lorenzo, Lorenzo, Giuliano.
Uno desiderava essere al centro, l’altro una vita spensierata.
Forse impossibile. I medici non erano degli aristocratici, il loro potere si basava su una fitta rete di relazioni. Quando ci fu l’attentato arrivarono persone addirittura dalle campagne per mettersi al servizio di Lorenzo, non sapendo che tipo di situazione politica avessero trovato una volta arrivati a Firenze. Questa non è obbedienza ad un Signore ma la costruzione di un rapporto nel tempo, quindi lavoro, attenzione, costanza. Soprattutto serviva un centro che teneva le fila. Ma se Giuliano fosse vissuto avrebbero trovato un equilibrio?
Certo le ferite non si chiudono mai del tutto.

Dopo l’Ercole Michelangelo scoprì di essere Michelangelo anche senza Lorenzo. Ma Lorenzo non c’era più. Un po’ come Beethoven: quando scoprì che la sordità non gli aveva portato via se stesso. A proposito non fu l’evento romantico che si racconta, scrive ai fratelli dicendo di avere pensato al suicidio. Anche l’immagine di lui burbero e solitario era una maschera che si cucí addosso per evitare che le persone scoprissero la sua malattia.
Ma poi la musica. La scelta di continuare a vivere perché aveva sempre qualche nuovo spartito da scrivere.
Il lieto fine ha sempre il gusto dello zucchero bruciato. Il controsoggetto non è mai luminoso come un gelsomino totale protagonista della scena.
Rimane quell’increspatura.

Nel 1781 William Herschel sta osservando il cielo con il suo telescopio che si costruisce personalmente. A un certo punto vede un oggetto che si muove, un piccolo disco. Lì per lì pensó fosse una cometa, ma non si comportava come una cometa. La sua orbita era troppo regolare e troppo lontana dal sole. Così si scopre Urano.
La cosa curiosa è che era già stato avvistato -circa novantuno anni prima- ma era stato considerato una stella. Ma per riconoscerlo é stata necessaria l’attenzione a ciò che non tornava.
Coda: creme brulee e vov.
Tracce. Bastiaan Woudt


Quante sono le impronte del mondo? I segni che la vita lascia sono infiniti e scorgerli dipende dal punto di vista. Che poi è difficile distinguere tra traccia e vibrazione, perché spesso i segni arrivano da qualcosa di passato, come un sedimento rimasto attaccato mentre siamo passati attraverso qualcosa.
Attraverso: la parola magica. Bastiaan Woudt, con suo fratello Martin, fa un viaggio in bicicletta. Partono per il Giappone del sud, arrivano all’isola di Shikoku, percorrono 1200 chilometri tra montagne, foreste, coste, templi buddisti. Si portano le macchine fotografiche, ma sembra più uno scrupolo, non hanno un progetto prestabilito con short list, immagini già immaginate da realizzare. Vogliono stare dentro il paesaggio senza necessariamente trasformarlo in qualcosa.

Ed è curioso come anche il modo di attraversarlo ne cambi la percezione.
A piedi il corpo coincide con il paesaggio: una salita, la pioggia o la stanchezza diventano filtri attraverso cui il respiro, la temperatura, gli odori aprono la porta a luogo. Non c’è più uno spazio tra noi dove siamo. Quando si va in bicicletta, le ruote moltiplicano la pedalata, si possono attraversare distanze maggiori nello stesso tempo. Non si è completamente separati dal paesaggio, ma sulla stessa scala. Quindi: spazio.
Lo stesso spazio nella quale i fratelli vogliono muoversi. Quello sull’isola di Shikoku è il pellegrinaggio buddista degli 88 templi, mentre loro non perseguono un obiettivo spirituale o l’ottenimento di una grazia. Lo spazio dal mondo intorno serve a permettere che qualcosa possa apparire.


In un intervista, Bastiaan Woudt dice che a un certo punto qualcosa prende forma.
Il ritmo del viaggio – svegliarsi, preparare le cose, muoversi, arrivare, riposare, ricominciare- sembra funzionare come un mantra o come ascoltare la musica ad alto volume, si entra in un altro stato. É ‘lo spazio’ che permette di staccarsi dal vecchio modo di vedere.
Anche se secondo me non è proprio così, non c’è una cesura tra un prima o un dopo. Bastiaan Woudt ha semplicemente scoperto un’altra traccia del mondo, cioè quello che rimane quando qualcosa passa. Sto cercando le parole ma in realtà è una cosa semplicissima, da una vacanza non si può ricordare: ogni cosa, ogni persona, abbiamo dei frammenti, delle impressioni. Una luce, un ombra, una superficie particolare: dettagli. Ecco lui dal suo viaggio in Giappone restituisce quello. Non cerca l’immagine compiuta. Protagonista è la soglia non l’evento.

L’altro sguardo, è quello che si è costruito lavorando per anni negli studi fotografici. Aveva sviluppato un radar: questa luce, questa posizione, questo istante. Scatta.
Shape of Absence è la serie fotografica risultato di 15 anni di ricerca. l nome ‘la forma dell’assenza’ è il titolo dato dal suo gallerista di riferimento Vincenzo Maccarone. La domanda di partenza era: si può fotografare l’invisibile? E Woudt toglie fino a quando di una persona rimane l’essenza.
Il punto è sempre quello che rimane, rispetto herno cambia solo la prospettiva.

E la mia è che il trait- d’union è la risonanza. Sono fotografie che catturano il filo invisibile che ci lega agli altri esseri viventi. Qualcosa di assolutamente intimo: come vibriamo.
È come se, sempre, tutto, debba essere scalfito. Come se vedere non bastasse per riconoscere.
Elisabetta Guida
Ps- A Milano, in via Marroncelli (se capita di passare sembra una strada parigina traslocata a Milano), alla Galleria MC2 se ne può fare esperienza. (Solo fino al 26 settembre). Mi permetto di suggerire. Le fotografie ho pubblicato e quelle che si trovano sul web non rendono l’idea. Le immagini escono, fuori dalla cornice, sembrano disegnate con la China. E poi la carta giapponese, come se tutto fosse accelerato. La mia esperienza davanti alla serie di shape of absent è stata come incontrare una persona che mi colpisce, per strada che non conosco. Come se dalla fotografia l’energia formasse una spirale che arrivava a me . Come se fossi sul margine del mondo dei soggetti ritratti e stessi lì a fantasticare sulla loro vita.
Mentre Herno è stato un pugno da quanto è intenso. Eppure l’energia era una striscia fatta con pennello, non uniforme, non dritta, quasi una linea spezzata un po’ colorata, un po’ no… trascinata.







