Trilogia dell’abisso. Capitolo 2: la cronaca nera attraverso i secoli e la luce di Milo Manara.
L’ombra di un epoca: la cronaca nera attraverso i secoli
Che sia un secolo o una persona, ognuno ha un idea di sé che costruisce nel tempo. Qualcosa, come andare a fare shopping. Il problema è che siamo chimere: un caos di istinti e pensieri diversi.
La strada per l’inferno é lastricata di coerenza.

Che il medioevo sia iniziato nel momento in cui l’occidente ha fatto un contratto con Dio? Niente “peace & love”, ma obbedienza: sottomissione alle autorità terrestri – perché Dio aveva strutturato il mondo secondo una gerarchia precisa – in cambio della protezione contro le forze demoniache. E Gilles de Rais, un cattivo vero, é assolutamente dentro questo sistema. L’incarnazione dell’ordine divino e insieme il mostro fa entrare il male nel mondo. Ricchissimo e potente, combatté con Giovanna d’Arco durante l’assedio di Orléans. Poi la guerra finí e lui tornó nel suo feudo. Ma un bel giorno sequestrò un chierico mentre diceva la messa e allora si aprì il vaso di Pandora. Venne aperta una indagine. Non ci si fermò al contesa relativa alla proprietà dei terreni dove sorgeva la chiesa: si raccolsero voci.
Così venne fuori il discorso della sparizione di decine, se non centinaia, di bambini. Nel processo emerse l’accusa secondo cui li avrebbe uccisi per utilizzare sangue e membra in rituali destinati ad ottenere l’aiuto del diavolo per risolvere il dissesto finanziario in cui si trovava. (L’idea di Gilles de Rais è che in questo modo avrebbe evitato di stipulare il patto in prima persona, così avrebbe avuto l’anima salva.) Si raccconta che fosse molto sensibile a mostrare la sua ricchezza e dunque il suo potere. Pare che una volta ingaggió, per uno spettacolo, tra attori e comparse più di cento persone e che offrí cibo gratis per giorni ad un intera città.

Benvenuto Cellini viaggiava su un altro piano temporale.
Il 26 settembre 1534 l’artista uccise con due coltellate il rivale Pompeo de Capitaneis, reo di avergli fatto perdere prestigio e incarichi presso il vaticano. Il Papa lo perdonó per via del suo talento. Mentre Ciellini nella sua biografia racconta di risse ed omicidi -aveva ucciso anche l’assassino di suo fratello- in termini di auto celebrazione.
Il Rinascimento aveva messo l’uomo al centro al mondo, l’ombra fu la perdita della misura.

Ma la vertigine vera, l’onda che si alzata come uno tsunami arrivando a travolgere anche i nostri giorni, comincia ad alzarsi durante il Barocco. Fu il secolo della messa inscena, l’ombra divenne la manipolazione.
Nel 1657 Cristina di Svezia era ospite della corte francese al castello di Fontainebleu. Ormai aveva abdicato, viaggiava per l’Europa e viveva a Roma con il suo seguito.
Proprio qui, in Francia decide di far uccidere il Marchese Gian Rinaldo Monaldeschi.
Fu il caso della mistificazione pura.

Sembra che nella corrispondenza del Marchese avesse trovato prove del tradimento politico. Pare che poi diede le lettere incriminate al priore dei Trinatari di Fontainebleu, tale Le Bel, perché le custodisse. Quindi, qualche giorno dopo, convoca il marchese e il priore nella Galerie Cerfs del castello. E nel chiostro decorato con scene di caccia e rappresentazione del potere del sovrano sulla natura, pronuncia la condanna a morte contro Monaldeschi. Fu un delitto chiacchieratissimo. Generò un infinità di discussioni a cominciare da quanto estesa possa essere l’autorità di un sovrano che abdica. E difficile scrivere qualcosa che non affondi nel dubbio visto che i fatti vennero costruiti e ricostruiti per migliaia di volte.
Nel 1785 Jeanne de la Motte non si limita a mentire, ma fabbrica una realtà falsa. Lettere attribuite a Marie Antoinette invece mai scritte, incontri notturni con una donna fatta passare per la regina, intermediari, documenti, denaro. (Per i dettagli del famoso caso della collana rimando alle puntate del mio podcast “le strade di Parigi”.)
Maria Marten viveva nel Suffolk era figlia di un agricoltore ed aveva intrecciato una relazione con un giovane del luogo, William Corder, con la quale ebbe un figlio che morì dopo qualche anno. Era il 1827 stavano decidendo di rifarsi una vita a Londra. Se non che, il fidanzato la convinse che avrebbero dovuto scappare -non si sa bene da cosa- e le diede appuntamento in un fienile. Maria Marten non fu mai più vista. Lui cercó di convincere la famiglia di lei fosse ancora viva. Ma la matrigna di Maria continuava sognare il suo corpo riposare in quel preciso fienile. Il padre scavó e trovò il suo corpo. Prima di questo momento l’assassino manipola la percezione della realtà. Ed è la prima volta che il delitto diventa una storia prima del processo. La vittima diventa un personaggio e il fienile un luogo da visitare.
Nel ventesimo secolo non basta più: é l’assassino che vuole l’attenzione del pubblico.

Zodiac non cerca semplicemente di nascondere la sua identità, costruisce un personaggio. Crea un simbolo, scrive ai giornali, inventa enigmi. Fa in modo che la stampa abbia bisogno di lui per continuare la storia.
Oggi ‘la narrazione’ tende ad essere percepita come la verità: la manipolazione la realtà. La violenza gratuita sembra la norma. La vita si costruisce fotografia dopo fotografia sui social e quando quella vera irrompe non si armi per fronteggiarla. L’ombra è l’incapacità di tollerare una realtà diversa rispetto a quella che si è costruita.
Ma c’è una strategia per non affondare: seguire la bellezza.

“Visioni” è un tappeto volante

Milo Manara al labirinto della Masone. (Dal 3 ottobre)
Un paio di anni fa ho scoperto che le preferenze culinarie non sono innate. Cosa che mi ha fatto pensare, mentre leggevo della sublime raffinatezza di “Visioni”: ‘essere principi’ -cioè avere grazia e rispetto per le persone e per il mondo- è una qualità dell’essere o un insieme di circostanze che si incontrano?

Tutto è cominciato dal modo di rappresentare “il nome della rosa” di Milo Manara che mi ha fatto ricordare il film di Annaud. La versione cinematografica di Umberto Eco mi lasció un ricordo animalesco: un’insalata di pulsioni soddisfatte in un ambiente brutto, sporco, sciatto o ipercontrollato. E i protagonisti non mi erano sembrati da meno.
In Milo Manara, invece, il desiderio è una scintilla divina, il tappeto volante che permette di inseguire la bellezza. Nel film ci ho visto solo un’immensa povertà di cuore, di immaginazione, di anima.
Forse ‘essere principi’ è una scelta. Penso a Dante con il suo “fatti non foste per viver come bruti”.
Poi ancora a Manara: la bellezza è la luce, mentre il desiderio, il tappeto volante che ci permette di muoverci verso di lei. Il corpo, di qualunque materia si tratti, è una soglia.
Penso al labirinto della Masone.


Si racconta che Franco Maria Ricci in una delle sue passeggiate con Borges, disse che voleva costruire il labirinto più grande del mondo. Lo scrittore argentino rispose che c’era già: il deserto.
Curiosa e così reale la sua idea di labirinto.
Per lui i labirinti non sono luoghi pieni di strade, ma luoghi dove convivono infinite possibilità e, contemporaneamente, l’impossibilità di possedere una verità definiva. E non necessariamente un labirinto deve avere un uscita. A volte lo scopo é attraversarlo e scoprire che quello che cerchiamo siamo noi.
Resta che Ricci mantenne il suo proposito e costruí un labirinto con le piante di bambú che per estensione fu superato solo nel 2018 in Cina.
E così noi abbiamo un posto dove perderci nella bellezza e capire come si fa a non abbandonarla mai.
E ‘Visioni’, allo scopo é perfetta, a cominciare dal nome. Anzi, è il segreto per trovare il filo d’Arianna che permette di attraversarlo senza cadere nelle bassezze del mondo.

All’inizio è una promessa, un pensiero che cerca se stesso: appena entrati nel Labirinto della Masone, il percorso fa incontrare quattro storie, quattro modi differenti di stare al mondo, che si incastrano l’uno nell’altra. L’obiettivo è disorientare.

C’è ‘Fone’: una biblioteca infinita sul pianeta che si chiama Borges Profeta.
Dentro si trovano tutte le combinazioni possibili di verità, menzogna, senso, nonsenso. E basta una parola diversa per trasformare ciò che accade.
Poi si passa a Giuseppe Bergaman, l’alter ego di Manara. E’ l’universo del ‘sentire’: la percezione che sfocia ne ‘Il viaggio a Tulum’. Il soggetto, che fu di Fellini, porta in una dimensione dove realtà, immaginazione, sogno e cinema non sono separati ma tutti insieme. ‘Fuga da Piranesi’ alza ancora di più il livello.

L’idea è uscire da questa parte del percorso con quella sensazione… di stare cercando qualcosa… E senza sapere bene cosa, guidati dalla bellezza si attraversa il confine: l’altro.

Questa parte del percorso si chiama ‘mito’ed è accompagnata dalla tavole di ‘Così fan tutte’.
I corpi sono templi. La sensualità che irradiano é un riflesso della loro libertà. Se solo si provasse a volerne farne cosa propria ci si troverebbe ad annaspare nel fango.
Il segreto per stare nella bellezza è mantenere la distanza. Solo così si può scegliere ed arrivare all’ultima parte del viaggio: l’incontro.
Questa è la parte rappresentata dai disegni per il nome della rosa.
Il gran finale è il minotauro, che rappresenta tutto quello che di noi nascondiamo sotto il tappeto. L’ombra di Jung: non la vogliamo vedere né integrare. Ma sul tappeto del desiderio, con la giusta leggerezza e distanza lo si può guardare negli occhi con compassione e continuare a volare verso la bellezza.
Om mani padme hum.
Elisabetta Guida
Se interessa ecco i link per organizzarsi e vedere la mostra: https://www.labirintodifrancomariaricci.it



