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Trilogia dell’abisso. Capitolo 1: Abyss e Nick Tosches

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Forse l’universo è iniziato con un sospiro.
Brezza- Respiro- Anima

 (fonte: il documentatissimo romanzo di Nick Tosches “La mano di Dante”).

Ma io non le interpreterei in senso ristretto. Tutto è vivo e tanti sono i mondi dentro i mondi.  
Vorrei che questo articolo fosse come una pagina che galleggia tra le onde prima di affondare.

Nelle profondità dell’Oceano.

(Abyss lo Champagne di Leclerc Briant)

Di rado la verità appare chiara. É più una sensazione di cui si ignora la provenienza, una percezione sotto pelle a cui bisogna dare forma. Per Hervé Jestin, lo chef de cave della Maison Leclerc Briant, forse è iniziata cosi.

Sconosciuto, vissuto nel XVIII secolo, Public domain, via Wikimedia Commons

Entrare  nella  sua cantina dá l’impressione di calarsi nel laboratorio di un alchimista rinascimentale.

la fotografia è di Leclerc Briant

Ci sono recipienti dalla forma di uova – simbolo della vita-, altri costruiti second le regole della proporzione aurea, alcuni con un rivestimento interno d’oro. Gli altri materiali sono: legno, terracotta, titanio. E poi mare e terra.

Foto di Naja Bertolt Jensen su Unsplash

L’idea di “terroir” va considerata più come un bisogno che come una formula rigida. Un essere umano – e per Hervé Jestin il vino è vivo come me e te che mi stai leggendo- o una materia non sono entità statiche,  ma sistemi in continua trasformazione. Il migliore terroir è quello che favorisce questa metamorfosi, e il lavoro dell’enologo è fare in modo che il vino diventi esattamente ciò che è. É come se gli Champagnes della Maison Leclerc Briant potessero godere del meraviglioso lusso di andare in analisi. 

Il  metodo è quello della risonanza: la vita è relazione, anche per il vino. Jestin Hervé  usa perfino l’antenna Lecher -uno strumento di radioestesia/bioenergetica-, per misurare se tra uno champagne ed un determinato elemento ci sia il giusto feeling.

Tutto, peró, nasce dalla terra. 

La fotografia è di Leclerc Briant

All’inizio del Novecento Rudolf Steiner, il fondatore dell’antroposofia, tenne delle conferenze sull’agricoltura basate sull’idea  che il  mondo non sia una macchina ma un organismo. La biodinamica parte da questa visione spirituale dove i ritmi della natura comprendono  quelli cosmici di  Sole, Luna e pianeti. E allora  tutto diventa più sfumato, più vero, più connesso.

Come per Abyss: uno Champagne che riposa tra i 12 e 18 mesi ad una profondità di 42/60 metri al largo dell’isola Ouessant, in Bretagna. Si sa che  vini e liquori in fondo al mare invecchiano prima, ma  questo non è il caso. Ne  lo è il solito orrendo Marketing.

Foto di Melanie Picazo su Unsplash

Abyss conserva la vita e il tempo di maturazione di ogni Champagne classico: cosa che gli permette di potere chiamarsi per quello che è. Unica eccezione: non viene aggiunto zucchero che interferirebbe con l’energia del mare.  Jestin ha selezionato la Baia di Stiff perché qui le acque sono tra le più tulmutuose dell’Atlantico; questo movimento continuo sulla bottiglia mima la dinamizzazione della biodinamica. Ovvero: il letame ed i nutrienti vengono spruzzati sulla terra attraverso movimenti specifici. Ma il risultato riguardo questo vino cullato dalle onde é una bollicina vellutata e cremosa che, pur avendo la bottiglia completamente sigillata, sviluppa un’incredibile sentore marino (un po’ come la matita marrone che risalta l’occhio appena verdino).


fondo al mare il vino  è protetto da qualsiasi radiazione artificiale, dalle onde radio al  wi-fi.

la fotografia è di Leclerc Briant

Riposa al buio, a una temperatura e pressione costanti. Senza contare  che il terreno su cui sono cresciute quelle viti, 40.000 anni fa, era esso stesso fondale marino.

A un certo punto, però, torna alla luce portando con sè il proprio passato: sul vetro restano talvolta incrostazioni di piccoli coralli.

Poi arriva il respiro.

 

”E quindi uscimmo a rivedere le stelle”

(La mano di Dante, Nick Tosches)

Il tempo non esiste. E neppure i capitoli numerati. Non c’è un indice. L’unico orientamento è il cielo. 

Foto di Altınay Dinç su Unsplash

Anche Dante inizia il viaggio in una notte di luna piena, in una primavera tra il 1300 ed il 1301. Così le pagine scorrono sotto cieli che sono cappe oppressive e abbaglianti, caligini senza stelle, cieli dell’illimitarezza e lune rosse che diventano d’oro che accompagnano il viaggio.

La fotografia è mia.

L’idea è fare perdere l’orientamento. E’ come salire su una giostra: all’inizio gira come ci si aspetta. La scrittura è di una bellezza incomparabile: basterebbe la contrapposizione tra Louie e Beatrice per sentirla. Ci si inoltra nella trama, si scoprono le origini del manoscritto, le pagine biografiche di Nick Tosches che parla prima persona e sono come un flusso di coscienza.

La fotografia è mia.

A un certo punto arriva ‘Isaia’ e ci trova di fronte ad un saggio filosofico. Sembra che tutto rallenti. Non si legge più, si fluttua. Sembra di essersi  persi dei pezzi di  trama o, meglio è come se la trama diventasse secondaria: c’è qualcosa di più interessante da scoprire, una verità segreta.  Poi c’è un capitolo dedicato a “Giulietta” ancora più spiazzante, perché arriva così, all’improvviso senza spiegazioni. Ma è il sottotraccia, é l’idea dell’espansione di coscienza: la capacità di vedere la realtà dipende da quanta consapevolezza abbiamo, che forse è la misura di quanto sappiamo amare. Il salto tra fisica classica e fisica quantistica. La vita. 

Per Tosches si vive una volta sola, anche se ci siamo reincarnati tipo 200 volte. Prima é come se vivessimo in una tomba;  le morti servono a fare spazio per ricominciare, per avere altre possibilità di raggiungere noi stessi. Attraversare l’inferno ed arrivare a sentire, visto che ognuno si salva da solo.

Foto di Bartek Garbowicz su Unsplash

Quest’estate volevo meditare Marsilio Ficino, alla fine non ci sono riuscita (in tutte le accezioni che può avere la parola), ma  l’ho ritrovato. Il fango che attraversiamo é la navicella che permette di arrivare alla luce. Noi siamo il nodo tiene legato inferno e paradiso.  Loue e Beatrice sono agli opposti: sono vittime o condannati perché essendo troppo in altro o troppo in basso non vedono. Come se girassero con lenti con una gradazione sbagliata. O solo miopi, solo presbiti.

Secondo Tosches non esiste un Dio che interviene nelle nostre vite. Per Ficino Dio il riflesso di Dio é sole, colui che permette la vita. Io me lo immagino come la personificazione dell’entropia, la linea del tempo va sempre avanti, il disordine che apre al nuovo.

Foto di Emanuel Haas su Unsplash

Comunque la giostra delle pagine, prosegue ad un ritmo sempre più vorticoso, prende una velocità così folle che sembra travolgere le parole stesse. Gli ultimi capitoli si accorciano fino  a diventare una frase. Un colpo da maestro, di una bellezza devastante che fa mancare l’aria: un attimo prima sei sul carro che trasporta i morti con Dante che è come se fosse in una specie di trance, poi giri pagina e… “Cerca la mia tomba baby, cerca la mia tomba”. Ti riporta all’inizio: a Nick Tosches / Dante che attraversa l’inferno e si risveglia grazie a un ‘sospiro’.

Forse la grandezza di questo libro di genere indefinibile (ma Tosches dice che non esistono i generi) è che non parla alla razionalità, ma a cuore, pelle, corpo. È la brezza.

Certo l’amore è qualcosa di così complicato é indefinibile che l’autore ci ha probabilmente  preso. E’ la ragione di tutto, ma nello stesso tempo non sappiamo cosa sia. Lo conosciamo per il suo contrario e dentro la sua energia stiamo bene. Ma cos’è veramente? C’è altro oltre e di più? Non so… come se di una pasticceria conoscessimo solo una torta.

Elisabetta Guida