Risonanza: la grammatica invisibile dei luoghi
Per me Roma vibra di gioia: sa di cielo, di cuore che si apre.
Parigi è armonia, é casa, ma di una specie che danza.
La fotografia è mia, la scattai ad un fuori salone al Poldi Pezzoli. Non ricordo l’artista.

Milano è la fatica di cercare: imbattersi nel brutto, scovare tesori inestimabili, il dovercela fare a qualunque costo. E’ l’energia della conoscenza, del capire come funziona qualcosa.
Londra è una Milano che ha trovato il mare. (Sarà l’odore dell’aria, o quel senso di accoglienza).
Torino, la zona della Stazione di Porta Nuova, mi catapulta in “Le sette morti di Evelyn Hardcastle”. Le persone sembrano inzuppate -come un biscotto nel latte- in un energia pesante e buia senza neanche accorgersene. La immagino come una nebbia che sale lenta dalla terra.
La Maremma è oscurità. Una stanza senza finestre. Ad eccezione dei boschi e dell’acqua.
Siamo corpo. Nel modo più profondo che possa esistere.
Dovremmo considerare lo spazio in cui ci troviamo come se fosse un punto di ritrovo, il caffè abituale dove si va per incontrare il mondo.
Persone, strade, alberi, terreno, cielo. Si entra e si comincia a sentire, ben prima dei pensieri e delle parole.
Il disegno è mio. I capelli sono il mare e le curva delle gambe la collina con il sole che fa capolino. L’idea era disegnare la vibrazione.

A me viene automatico. É come se dal mio corpo uscissero tentacoli invisibili che assaggiano, annusano.
C’è chi la chiama energia, chi vibrazione. Chi risonanza: la parola più affascinante di tutte perchè implica una relazione, il riconoscimento che ognuno possiede il proprio, unico sentire.
Stanley Brouwn era un artista ossessionato da questa interazione.
Negli anni ‘60, sparse sui marciapiedi di Amsterdam decine di fogli di carta bianca. Le persone le calpestavano lasciando impresse le loro impronte. Poi Brouwn recuperava i fogli e ci lavorava sopra. Quando si cammino si traccia una linea nel mondo che esiste solo perché la percorro. Non sto attraversando un luogo lo sto producendo.
– Gli aborigeni australiani raccontano che gli esseri ancestrali attrversarono la terra cantando i sentieri. Così tracciarono le mappe del mondo. Ma devono continuare a camminare per mantenere questi sentieri in vita.
– Fermarsi ad un incrocio significa essere vulnerabile alle entità che vivono sul confine tra i due mondi. Continuare a camminare è un modo per mantenere l’integrità impedendo al caos del mondo magico di entrare.
La fotografia è la mappa interstellare di Star Trek.

Se si aggiunge che ogni passo è una sequenza di microdecisioni, l’obiettivo di Brouwn diventa chiaro: svelare la struttura invisibile che muove le persone.
In urbanistica esiste una teoria chiamata ‘i sentieri del desiderio’, accade quando le persone scelgono di non seguire il marciapiede progettato creando spontaneamente una strada.
I romani avrebbero spiegato la cosa con il Genius Loci, il carattere profondo di un posto. Si sarebbe trattato di una negoziazione tra lo spirito del luogo e l’intenzione umana. (A dispetto dell’architetto che ha imposto un tracciato).
A Roma era tutto una trattativa.
Quando fondavano una città scavavano una fossa circolare. Dentro ci buttavano una manciata della terra d’origine e le primizie. Ed tre volte l’anno anno ripetevano il rito. L’idea era comprare il favore della forza che abita il luogo.
La fotografia è di Simone Antonazzo / ENIT spa

Ma allora perché percepiamo lo stesso posto in maniera così diversa? E poi, nessuno si alza alla mattina pensando di volere creare un nuovo percorso.
Sentire é linguaggio con una grammatica tutta sua. Non ha parole ma emozioni. E’ un dialogo che richiede una relazione personale e unica con il mondo esterno.
Gli animisti credono che tutto sia cosciente, che esistano infiniti livelli di vita e comunicazione.
Il bello è che non serve crederci, basta sentire.
Elisabetta Guida
Il vento sulla roccia. Tra Filicudi e la Val Ferret. https://ilprincipeazzurroesiste.it/il-vento-sulla-roccia-tra-filicudi-e-la-val-ferrer/



