Ricordi quando giocavi? (I gioielli di David Bielander e viaggi – escamotage- cortissimi)
C’è una storia, che fa parte dell’Archive Mass Observation. (Se interessa questi archivi si trovano presso l’Università del Sussex a Brighton).Un progetto inglese particolarissimo, che prese vita nel 1937, e consiste nella raccolta di diari e testimonianze orali su colazioni, paure, sogni, lavoro, amore delle persone comuni. Niente soliti noti, niente statistiche.
E la storia che riporto parla di la gioia, non intesa come felicità, ma quella che scaturisce dal sublime. Il perfetto allineamento tra quello che siamo, sentiamo e facciamo.
Una Signora racconta che da bambina stava giocando in cortile con sua cugina. Succede che l’altra bambina prende un fiore e lo piega lentamente. Ma senza l’intenzione di fare un regalo, solo per provando a vedere se l’idea funziona. Così quando lo stelo diventa un cerchio per testarlo glielo mette al dito. Dice che rimase per un istante rimane ferma a guardarsi la mano. Poi scappó via e di corsa entró in casa, andò in salotto e cominció ad urlare la propria felicità. Senza spiegare, senza mostrare l’anello, urló e basta. Oggi in quei nastri, racconta che non era per il gioiello ma per qualcosa le era accaduto.

David Bielander crea dispositivi che permettono questo incanto. I suoi gioielli sono formule magiche senza parole ma con una forma ben definita. Fascette da elettricista, elastici, fili, cartone. Poi lo rifà in metallo con una precisione assoluta per fermare il gesto. L’obiettivo è raccontare il momento esatto in cui da bambini si prendeva un niente e diventava tutto.
(Un anello di @DavidBielander
L’importante è che sia qualcosa che abbiamo tenuto tra le mani mille volte, che conosciamo, che non vogliamo ‘avere’. Bielander lavora sul punto esatto in cui si smette di difendersi e lo fa con lucidità assoluta.
E’ come se dicesse “la meraviglia non è sparita, hai solo smesso di guardare così”. Allora succede che smettiamo di guardarci con gli occhi degli altri. Questo è il valore incommensurabile.

Si dice che i suoi gioielli siano soglie, cioè punti in cui si smette di “andare”. Il corpo smette di adattarsi, il gesto smette di spiegarsi. E’ come se togliessero una tensione di fondo che non si sapeva di avere. Un sentirsi a casa.
Prendete il ‘sistema gioiello’ tradizionale: deve brillare, essere riconosciuto, incarnare uno status. Ma sostenere questo significa anche dire che indossarli è rincorrere una identità considerata di successo. Bisogna essere all’altezza, interpretare una parte. Il gioiello deve essere visto, spiegato, ha bisogno dello sguardo esterno per avere valore.
Invece se mai indossaste un gioiello di Bielander e nessuno se ne accorge: significa che stanno facendo il loro lavoro. L’incantesimo si avvera solo quando non c’è pubblico, non c’è una prestazione da sostenere.

Una volta un altro designer – Otto Künzli- fece un esperimento, nascose in un bracciale, che non era altro che un tubo di gomma, un oggetto in oro massiccio. Con l’usura il bracciale si ruppe, e la signora che lo comprò inconsapevolmente trovò la sorpresa. La reazione fu una risata. La convinzione, poi espressa é che l’oggetto d’oro non aggiungesse nulla al suo amatissimo bracciale.
Bielander non ti sposta, non ti eleva, non ti trasforma, non ti chiede di essere diversa. Ti riporta. Le su graffette piegate male o le sue corone di cartone arrivano dalla maestria del saper togliere fino ad arrivare alla forma essenziale che il corpo, riconosce prima della mente.

Molti galleristi che vendono Bielander raccontano che hanno imparato a tacere. Se presenti troppo i suoi gioielli lo uccidi, se lo difendi lo impoverisci, dicono. Così si limitano a lasciare i suoi pezzi esposti su un vassoio e permettere chel i clienti curiosino, provino. Questo è l’istante: tutti sembrano raccontare lo stesso episodio. I clienti non vanno verso lo specchio, per vedere come sta, si limitano a guardare la mano e dire ‘si’ o “è giusto”.
A chiedersi chi sia lui, veramente, salta fuori che non è un artista maledetto, di quelli che hanno dovuto reagire ad un trauma o gridano contro il sistema. Lo descrivono come una persona misurata, solida, non ama gli eccessi. Pare che a questa idea di gioiello ci sia arrivato per saturazione avendo vissuto gli anni 80’/90,
Insomma un sovvertitore silenzioso dell’ordine costituito…r
Elisabetta Guida
(Importante- Le fotografie pubblicate arrivano dalle gallerie che vendono Bielander tra cui la Galerie Ra di Amsterdam – la più importante per lui-; Galerie Marzee di Nijmegen e la Biró Gallery di Monaco. La fotografia con il naso da clown è della @NationalArtSchoo. Lo scoprii su Klimt 02, poi ho ritrovato le fotografie in questi giorni mentre facevo “pulizia”. Ho scelto di pubblicare proprio i gioielli che sembrano cartone perché li facevo anch’io. Una volta alle elementari ci avevano portato a vedere la corona ferrea a Monza, a me non sembrava giusta così nella cucina di mia nonna Lina l’avevo rifatta con la carta da regalo, avevo scortato un chiodo con un martello. Mi sono rivista nel periodo più felice della mia vita.)
Questo articolo in un viaggio
Tutto intorno a noi chiede di essere interpretabile, posizionato, leggibile. E di ‘casa’ ognuno ha sua. Così ho pensato a luoghi che possano funzionare da innesco per liberarsi dallo sguardo degli altri.

L’emozione è quella che si sente quando si attraversa la Stazione di Liegi. Calatrava non l’ha pensata come un architettura che accoglie, l’attesa non è anestetizzata con negozi o un centro commerciale.
(la fotografia è di @CrucialFriend via Wikipedia)
La pioggia, la notte, il cielo entrano. E’ un corpo che quando è attraversato rende evidente siamo in viaggio e non ci sono punti fermi.
Ho pensato a ‘viaggi’ brevi, quasi esercizi scacciapensieri, le soglie che attraversiamo normalmente senza magari sapere che lo sono.
1- Se capiterà di dover fare la fila in posta o sostare in qualche altra sala d’attesa? Non scacciate la noia, entrate in questo spazio vuoto e sganciatevi da qualunque cosa sia “società”. Voi in equilibrio sul mondo senza la rete del tutto fanno o pensano così sotto i piedi.
2- le stazioni della metropolitana. Ce ne sono di bellissime ma tutte consentono di smettere di sentirsi nel gruppo.
3- fermarsi in autogrill di notte, magari su un’autostrada che porta in montagna. L’effetto è essere su un altro pianeta.
Da evitare i paesini e la gente da provincia nera -che potrebbe abitare anche in città, ma la mentalità è questa- Niente pettegoli, diffamatori, circolini dagli abiti firmati e compagnia cantante. Loro vanno nella direzione opposta, si muovono a gruppi ed hanno bisogno vitale di appiccicarsi addosso qualche cliché.



