Respiro. Annodati ai polmoni e Vita da ostrica
Importante: Questi due articoli sono impaginati su due colonne, perché rappresentano la stessa questione vista da due punti di vista.
Annodati ai polmoni
Vita da ostrica
Respiro. Sembra che quello che ci lega al corpo sia esattamente questo.
L’artista è Katrin Koetzer, l’opera Babanangu – le mie braccia sono troppo corte, ma le mie ali sono gloriose-. La sua pagina web è Katrin.co.za, mentre la pagina Instagram @trini_prins.


Come se i nostri strati sottili fossero annodati ai polmoni. L’aria entra, l’aria esce; respiriamo mondo e buttiamo fuori noi.
Si dice che il respiro sia un atto automatico, si sa é inevitabile. In realtà è una soglia.
Mi viene in mente il diritto penale, la famosa Y che determina la colpa soggettiva. Se ci si mette nell’istante preciso in cui si compie un atto che si dice automatico, in realtà si capisce che è una scelta.
Magari velocissima, magari dettata dall’abitudine, sicuramente al limite della consapevolezza, ma una scelta.
C’è sempre un senso. C’è sempre una decisione a monte, qualcosa che arriva prima del pensiero. È il corpo. Forse il respiro è la cosa più animale che abbiamo: noi senza sovrastrutture.
La prova è che di respiri ce ne sono tanti.

Credo che il respiro sia la primissima attività cosciente.
Quando sono travolta dall’armonia che emana da qualcosa, respiro più profondamente che posso. Vorrei che mi pervadesse, vorrei arrivare a sciogliermi in quella bellezza. Smettere di combattere, diventare aria, essere parte di quel campo magnetico. Altre é come se mi sporcassi con il loro schifo. Quando sono affannata il mondo entra a schegge, coriandoli oppure veri e propri pezzi di vetro.

Chars Davies è un’artista che lavora con la realtà immersiva vr. Il suo campo di indagine è la percezione.
Noi non siamo solo mente, ma prima di tutto corpo, dunque cosa significa sperimentare il mondo abitando i nostri sensi?
In “Osmose”, rilasciato nel 1995, Chars Davies usa il respiro.

Immaginate di indossare gli occhialoni vr, l’imbracatura che registra l’espansione del torace e poi muovervi. inspirando lentamente si sale, espirando si scende. Inclinando il corpo si cambia direzione. Ma tutto con la consapevolezza che ogni volta che cambia stato d’animo, quindi modo di respirare, si vive un altra esperienza. Nessuna strada, nessuna mappa.
Intorno foreste (anche labirintiche per uscirne bisogna seguire un fascio di luce), stagni, strutture luminose costruite come fossero atmosfere. Nessun contorno netto. Qualcosa tra Turner e Friedrich. L’effetto è molto più che galleggiare. É come se si creasse un dialogo tra noi e il mondo intorno.
Nel 1998 Chars Davies fa un passo in più. Rilascia ‘Ephemere’ dove è possibile attraversare rocce, organi, cellule, scheletri. E dove si dissolve la distinzione tra paesaggio e corpo. Una radice diventa una vena, una foglia un polmone. Con ‘Ephemere’ si può sperimentare il ciclo della vita, l’idea che tutto partecipa allo stesso processo di nascita, crescita, dissoluzione.

Come si suppone che sia se si potesse attraversare una foglia. @CharDavies, Ephemere.
– se foste interessati ad Ephemere e a Osmose, sappiate che sono stati restaurati per girare su sistemi attuali. Per vivere l’ esperienza dovete tenere monitorata la pagina web ufficiale della produzione Immersence.
Allora la domanda è: dove finisce il nostro corpo?
Ci sono degli esperimenti curiosissimi che coinvolgono la propriocezione, vale a dire il senso che ci permette di sapere dove sono le mani o le gambe, ma anche mantenere l’equilibrio quando siamo ad occhi chiusi.

Si è arrivati a scoprire che possiamo arrivare a sentire come nostro un corpo virtuale diverso.
Ferma l’utilità, alcuni ospedali usano la VR per il trattamento del dolore cronico e delle ustioni. Viene da chiedersi: cos’è davvero la coscienza? E in particolare come possiamo prenderci a modello per definire cosa ha consapevolezza e cosa no?
Dove finisce il corpo? Dove comincia il mondo?
Le ostriche attraverso le branchie respirano, si nutrono e filtrano l’acqua -quantità enormi di acqua-. Fanno tutto contemporaneamente. Per il fatto stesso di esistere modificano l’ambiente in cui si trovano. Difficile parlare di relazione. Perché anche se é la caratteristica del respiro, in genere si può scegliere quanto mondo può entrare.
Le ostriche no.
C’è un’area, tra Danimarca, Germania e Olanda, diventata patrimonio mondiale Unesco, dove Il paesaggio che costruiscono é parte stesso della struttura del fondale.

É il mare di Wadden, un tempo una vasta pianura attraversata dai fiumi. Durante l’era glaciale i mari erano 120 metri più in basso. Poi quando si sciolsero l’acqua cominció a salire. Ma nell’area di Wadden c’era da una parte il mare che entrava dall’altra maree e correnti che portavano sabbia, limo, argilla. A Wadden é sempre tutto in movimento, il paesaggio cambia due volte al giorno. E non è una questione di colori o atmosfera. Lo stesso punto può apparire come una laguna, una distesa di fango, una rete di canali o un mare basso punteggiato di isole. Merito di quel paio di maree. Il mare entra, il mare esce. Wadden non è mare, non è terraferma. É un paesaggio che respira.
La parte interessante è il ruolo delle ostriche.

Le ostriche sono legate al mare di Wadden da una storia antica.
All’inizio in questa zona viveva il mollusco europeo, poi tra il XIX ed il XX secolo, fu decimato. Per molto tempo le ostriche non erano lusso ma una vera e propria risorsa alimentare che non sarebbe mai finita. C’erano enormi banchi naturali e ne raccoglievano quantità immense. Arrivata la rivoluzione industriale la pesca diventó più efficiente e tra malattie ed inverni rigidi l’ostrica europea non resse.

Ai tempi il pensiero non era rivolto all’ecosistema -riconosciute come tali solo nel 2000- ma alla perdita economica.
Mentre si cercava di trovare una soluzione, alcune larve dell’ostrica del Pacifico riuscirono a scappare dagli allevamenti e le correnti le portarono nella fanghiglia di Wadden.
Ma diversamente da quanto si pensava -si credeva che l’acqua fosse troppo fredda e che l’ostrica del pacifico non sarebbe riuscita a sopravvivere perché liberava le larve d’estate- prosperó. Oggi nelle zone di Rømø e nell’area di Højer ci sono concentrazioni di migliaia o addirittura milioni di ostriche.

Sono ammassi regolari di gusci sovrapposti. Generazioni di ostriche cresciute una sull’altra.
Essere un ostrica funziona così: si passa parte della propria vita da larva. Galleggiando, facendosi trasportare dalle correnti. Poi succede che trovano un posto dove desiderano stare. Allora si attaccano ad un supporto e cominciano a costruire il guscio che forse servirà alle generazioni successive. Come una casa che si tramanda.
E tutto questo insieme che formano vere e proprie scogliere biologiche ospitano altra vita, rallentano le correnti, trattengono sedimenti. Quando il mare si ritira é possibile camminare sul suo fondale per chilometri e vedere queste strutture che da lontano sembrano rocce. Ci sono percorsi sulle zone umide, sentieri sulle dighe costiere.

Wadden è un altro punto di vista rispetto a come si intende la vita.
È come se i rapporto tra le ostriche ed il mare di Wadden fossero regolato da una serie membrane. Come se ogni respiro fosse un insieme di altri respiri ed ognuno ha presupposto l’attraversamento di una soglia.
Dove finisce il corpo? Dove comincia il mondo?
Elisabetta Guida



