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Quando si sceglie il nero

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Le immagini sono una cortesia dell’ufficio stampa della mostra che è stata allestita a Perugia -per i 500 anni dalla morte di Pietro Vannucci detto “Il perugino”- Per il grande successo è stata prorogata fino al 7 gennaio.
L’opera in alto è “Rosso” di Burri, 1953, stoffa, tela, olio, vinavil. Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, Città di Castello (PG)Crediti fotografici Alberto Sarteanesi. I due, sotto, sono di Piero Vannucci detto “Il Perugino”. Il Cristo Incoronato di spine è Vergine,, dipinti tra il 1497 ed il 1500, Crediti fotografici Paltrinieri, Lugano.

C’è stata una mostra quest’estate a cui continuo pensare. Si trattava dell’arte tra il “Perugino” e Burri; trait-d’union il colore nero.
E ci penso ogni volta che guardo la vetrina di un negozio. Perché scegliere qualcosa rispetto a qualcos’altro ha a che fare con la nostra identità.
E quando gli artisti sono di questo calibro realizzano opere che ti entrano nella pelle. Indipendentemente da quello che l’esercito degli intellettuali ci costruisce sopra. Siamo noi e loro.

A proposito c’è chi dice che in questo colore ci si possa nascondere, oppure seguendo l’alfabeto dell’Occidente è il colore del lutto, del dolore. Sembra che la ragione di tutto sia la caratteristiche che assorbe la luce ma non la rimanda. Però a uscire dalla gabbia dell” è così, si dice così ecc… Pare il contrario.

Guardate “il Perugino” e Burri: il nero rende nudi. Cose si intravvederebbero appena, diventano immagini in primo piano.
Penso a quando decidiamo di passare inosservati (io adoro passare inosservata: l’unico modo per curiosare ed essere libera in qualunque evento o serata) oppure non sappiamo cosa indossare: allora si sceglie il nero. Ma questo è un codice non scritto che funziona perché tutti preferiscono nascondersi. In realtà siamo più evidenti che mai.

Elisabetta Guida