Arte

Punctum

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(Questo articolino è il mio punctum. Il termine arriva da un libro Roland Barthes sulla fotografia – “Camera Lucida”- ed è la percezione soggettiva, quello che “punge”)

Non avevo in programma di scrivere di Giovanni Cerri, almeno non subito.
Ma non posso aspettare. Ho l’urgenza di condividere quello che sento davanti ai quadri di Giovanni Cerri.
Le pennellate suonano e contemporaneamente sento l’odore dei luoghi.
Non sento una musica arrangiata da potere definire brano. Ma più come un musicista jazz che prima del
concerto accorda lo strumento. Sento l’odore della Scala, l’elettricità sulla pelle, quasi il brivido appena prima
che si alzi il sipario. Il sole, la brezza sulla pelle.

La sensazione è vertigine.
Ma davvero, mi devo allontanare, respirare.

Come  quando leggo qualche libro divulgativo di fisica e capisco un concetto profondamente. La gravità di Einstein, o il fatto che non ci sia un sopra o un sotto perché un conto è dirlo astrattamente, un altro rendersi conto che siamo un incantesimo.

Con Giovanni Cerri è così. Eppure non mi piace particolarmente.

Non sono sinestetica. 


Ero andata al suo vernissage ma non ho sentito nulla: le cornici -anche se sottilissime- odio le cornici, tantissima gente, quadri lontani, la luce, l’ambiente. Mi succede quando apro la cartella stampa. 
Sono d’accordo con chi dice  che sentiamo con il corpo. Poi sul come e il perché ci sono mille teorie.   Ma io voglio condividere proprio l’essere corpo, sentire. 

Elisabetta Guida