Noto è un organismo.
Prima c’è la superficie.
Il terremoto devastante del 1693, dove si stima morirono tra le 50.000 e le 60.000 persone. Noto fu letteralmente trasferita in una zona considerata più sicura. La ricostruzione: fatta di pietra, scale, prospettive: tentativi di mettersi alle spalle la paura.

L’idea era usare la luce della ragione dentro una città costruita come il percorso di una processione. La morfologia del territorio ha aiutato, il popolo in basso, la nobiltà nella zona intermedia e la chiesa in alto sopra tutto. Da intendere come se ognuno all’interno del proprio mondo, avesse trovato il proprio senso. Ricorda la leggenda della Gerusalemme Celeste: più la casa di Dio, dove l’umanità salvata va a vivere che non una città.
La mappa è associata agli studi dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, ingvterremoti.com.
Poi tutto quello che si muove sottopelle.
Strati, che sembrano placche tettoniche che si scontrano, si allontanano.
Qualche volta si trovano uno di fianco all’altro.

Sopra lo stemma di Palazzo Landolina. La fotografia è di Lobsterthermidor (in discussione), via wikimedia.
Di fianco la facciata. La fotografia è di Eutrope via Wikipedia.

Come nel caso del Marchese di Sant’Alfano e i Gesuiti. Ufficialmente un’ urbanista vicino all’ordine religioso. Collabora con loro, media tra il Senato Cittadino e gli ingegneri gesuiti.
Ma se lo si scosta dall’immagine che voleva dare di sé al potere, allora si entra in un mondo. Per lui la luce, protagonista dell’architettura della città era emanazione, vitale, erotica, cosmica.
Tra l’altro Giovan Battista Landolina è tra i fondatoridi una associazione illuminista segreta, il cui stesso nome -Accademia degli Zelanti- è una copertura, per ripararsi dalla censura e rendere facile incontrarsi.

Nella fotografia sopra il terrazzo di Seven Room Villadorata, dove si può prendere un aperitivo anche non si è ospiti dell’hotel. Sotto e di fianco il balcone di una delle sette camere ed un ambiente interno.
Ho scelto loro perché l’ospitalità che offrono fa sembrare di vivere in una casa nobiliare. Qui niente è gridato. Tutto riservato e leggero. Seven Room è parte di Palazzo Nicolaci.


Altre volte gli strati sono come segmenti rigidi che si allontanano.
Come le notti dai giorni.
Si racconta di feste nelle feste. Stanze dove solo alcuni potevano accedere. Le atmosfere erano quelle di persone in maschera, giochi erotici musiche lascive. Si dice anche di sedute spiritiche. All’epoca giravano leggende secondo cui si sentivano le campane suonare anche se non c’era nessuno. Piuttosto che voci di persone morte, o bagliori di luci tra le rovine della città vecchia. Così cominciarono a girare voci di medium fatte arrivare alle chetichella da Parigi o da Napoli (soprattutto nel 1800), stanze con specchi coperti e candele rosse.
Tutti i palazzi avevano entrate nascoste, stanze segrete, pare passaggi sotterranei. Molti racconti dicono di biblioteche segrete che gli eredi del proprietario avrebbero fatto murare. Tanti parlano di letture proibite, di libri arrivati dall’estero.
Allora il sapere era controllato e la circolazione dei libri ancora di più. Leggere certi volumi era come avvicinarsi a qualche pratica magica.
Una strada di Noto. La fotografia è di Holger Uwe Schmitt via Wikimedia

Si diceva che La Sala degli specchi di Palazzo Ducezio fosse in grado di predire il futuro. E comunque pare che fosse usata per fare esperimenti clandestini.
Il palazzo, sede de potere civile, dentro il nome nasconde un’altro strato.

Ducezio era un re siculo, vissuto nel V secolo prima di Cristo che riconquistó alcune città passate al dominio greco. Noto, una città di provincia del Regno di Napoli, conquistato dalla Spagna. Quindi il messaggio era: la Sicilia ha ricostruito se stessa (e forse non solo). Una pensiero sempre rimasto saldo. All’entrata della città nel 1800 fu costruita una porta per dare il benevenuto a Re Ferdinando di Borbone. Vi si trovano scolpiti l’acquila (la virtù), il cavallo (la forza), il cane (la fedeltà). Ma in realtà il messaggio da leggere era: noi siamo una città degna di un re.
Poi c’è il giorno, distante anni luce dalle libertà notturne.
La fatica di vivere, le processioni, il fervore religioso, il conformismo.
La fotografia è parte di una serie fotografica pubblicata su Visit Val di Noto. Ed è di S.Scollo.

Giravano voci di vizi indicibili di pranzi luculliani tenuti dai nobili nei periodo di quaresima, rispetto ad una religiosità di facciata. Durante le feste l’orchestra che accompagnava i canti religiosi suonava alle finestre del palazzo cittadino, mentre il coro era sulla scalinata della cattedrale.
C’é nell’omonima chiesa un crocifisso ligneo rimasto incolume dal terremoto. Salvo anche dopo che un fulmine colpì la cupola della chiesa. Si racconta che faccia miracoli. Interruppe un’epidemia di pestilenza e durante un periodo di siccità, dopo una processione fece piovere. Tra l’altro molti pellegrini guardando il crocifisso racconti di vedere un volto che cambia espressione. Se si guarda a Noto come ad un percorso devozionale questa è l’ultima stazione.
E c’è uno strato che sembra sembra permeare tutto: la paura.
I mostri scolpiti sui balconi servivano a tenere a bada le forze del male. Anche se c’è chi dice che siano messaggi nascosti. Era la nobiltà che dichiarava se’ stessa. Solo se si capiva, si era uno di loro.
La fotografia del balcone è di Georg Naggies, via wikimedia.

Noto é un organismo.
Quando la si incontra non si sa quale città avrà davanti.
Però pare sia possibile capirne l’umore guardando il colore della pietra che pare cambi.
Elisabetta Guida



