Meccanismi di esperienza. Sara Abdu a Desert x e il carnevale di Mamoiada.
Importante: una parte dell’articolo è impaginato su due colonne. Non so se il telefono tiene la formattazione.

Lo scorso 21 gennaio, ad Aiula ha aperto Desert X, la manifestazione che si tiene ad anni alterni, in Arabia Saudita e in California, andrà avanti fino al 28 febbraio. Di base l’idea è portare installazioni artistiche nel deserto, facendolo diventare un museo en plein air.
Ma è immensamente di più. C’è un modo diverso di essere deserto.

Se in America quel mare di sabbia è stato mitizzato ed è diventato un luogo dove si proiettano storie, quello in Arabia Saudita è prima di tutto un’area archeologica. Qui si sono susseguite per più di 7000 anni civiltà una loro lingua, un modo diverso di intendere il mondo.
E allora, anche quello che si sente è differente.
Così nel deserto di Coachella Valley la percezione è il punto di vista. Mentre ad Aiula gira tutto intorno alla stratificazione tempo/esperienza. In questo deserto è impossibile sovrascrivere, per andare oltre bisogna attraversare.
E’ a proposito, una delle artiste selezionate, per questa edizione, è Sara Abdu. Impossibile definire le sue opere. Forse la parola più esatta è quella di portali -proprio nel senso di passaporte nei romanzi di Harry potter- che permettono di raggiungere la propria, personalissima, ‘teoria del tutto’. Perché quello che fa sono meccanismi di esperienza. E che nessuno si aspetti testi che spiegano o forme che illustrano.

La bussola è sentire prima di pensare, lasciare che l’istinto ci porti dentro l’opera oppure ci allontani. Il resto sono pensieri di altri che vanno silenziati.
Immaginatevi a Desert X, davanti “A Kingdome where nobody dies”.
A guardarla sembra una struttura che interferisce con l’ambiente circostante. Muri spezzettati, incompleti, scalini.

È quasi un corpo esteaneo che non ci lascia andare . Sarà che il deserto per sé è un luogo elimina le distrazioni, appiattisce il tempo, rende ogni gesto più definitivo del normale. Ma ci si comincia a chiedere “posso salire? posso passare? Devo aggirare?”.
“A Kingdome where nobody dies” non dice “no”, piuttosto: “decidi”.
Non c’è un ingresso e se si entra ci si trova in continuo attraversare, perché ogni modulo è una piccola soglia. Così ogni volta percepisco un limite, ma sono così tante che lo stesso concetto di ‘limite’ diventa instabile, allora le barriere cadono o forse smettono di attirare attenzione.
Mentre si cammina, le soglie, dettano il ritmo del passo. Si vedono dei segni, non sono parole a hanno la stessa funzione. Allo scopo Sara Abdu prende una poesia e la trasforma in una traccia sonora. Fa la stessa cosa vento e dell’acqua, lascia tracce di un passaggio.

Ma Il punto, in ‘A Kingdome where nobody dies’, è: la destinazione. E’ dove si arriva la meraviglia: il deserto Aiula e l’opera di aSara Abdu sono solo il mezzo.
Mi spiego.
Pensate a un bambino appena nato, ovviamente non sa parlare quella che diventerà la sua lingu. Ma ha le strutture neurologiche che gli permettono di impararla. Allo stesso modo esiste un intelaiatura che permette di organizzare la nostra esperienza.
Jung partendo da dati empirici concreti – miti nati in luoghi non comunicanti, sogni di persone di culture diverse, simboli ricorrenti in epoche lontanissime- ha ipotizzato dei modelli interpretativi, gli archetipi. Sono ad esempio: mamma, papà, eroe, ombra, abisso ecc… Ma attenzione, non sono contenuto ma ogni parola è l’equivalente di una voce d’archivio, che ognuno va a riempire, sulla base della propria cultura, educazione, genere, epoca, traumi vissuti, sensibilità. Immaginate una valle: l’acqua al suo interno può essere: pioggia, calamità, spettacolo,gioia, lago, ruscello che si fa largo nel bosco, suono.
Dipende.

“A Kingdome where nobody dies’, porta nel luogo dove tutto è cominciato, ancora prima nel linguaggio, davanti alla struttura originaria. Lo so, strano. Talmente strano che per rendersi conto che ‘è vero’ bisogna capire come faccia.
Sara Abdu ha scoperto come costruire questi meccanismi nel momento in cui decise di prendersi il Bachelor of Arts in English Language & Literature alla Arab Open University, dopo avere studiato graphic design. Cosa curiosa, perché prima di quel momento la sua formazione era raccontare storie. Poi è riuscita a mappare i cardini attraverso cui si regge una narrazione e voilà. Tempo, ritmo, struttura aperta.

Per capire meglio ho avvicinato “the Infinite now” con “nulla due volte” di Wislawa Szymborska:
“ Nulla accade due volte, nè accadrá. (…). Perché tu ora malvagia dai paura e incertezza? Ci sei- perciò devi passare. Passerai- e qui sta la bellezza. Cercheremo un armonia sorridenti, fra le braccia, anche siamo diversi come due gocce d’acqua. “
Fate caso quando guardate e quando leggete, nella differenza il modo di predisporre il pensiero è identico.
(l’altra mattina prima ancora di fare colazione mi sono imbattuta su pinterest in un illustratrice Ayuko Tanaka che usa le lettere non per formare le parole ma per disegnare il fumo esce dal camino, le orme dei passi nella neve. Sono tracce. Essendo lei per niente astratta mi ha aiutato a capire meglio.)
Effettivamente a pensarci il modo in cui si vive un opera di Sara Abdu è lo stesso di quando si legge un romanzo. Vedere è inutile – come giudicare un libro dalla copertina- bisogna entrare. Le storie costruiscono solo una condìzione, ma perché la trama si compia serve il lettore. Fate caso: ci sono tante versioni di un romanzo, quante sono le persone che lo leggono.
Sarah Abdu nei suoi meccanismi fa lo stesso.

“For the love of the unknown”, 2021. www.athart.com.
In Sardegna c’è una manifestazione che segue lo stesso meccanismo, non spiega, ripete, non ha un perché razionale, funziona solo se si partecipa.
Lo chiamano Carnevale di Mamoiada in realtà è un rito-soglia precristiano. Protagonisti sono i Mammuthones e gli Issohadores.
I primi rappresentano la parte oscura, pesante, tellurica. Nere sono le loro maschere di legno, nere le pelli di pecora che indossano. Non parlano, non guardano il pubblico. Si muovono lenti, sincroni, con dei campanacci che pesano fino a 30 chili. Lo scopo è richamare, scuotere la terra.

Gli altri , gli Issohadores, sono l’altra polarità. Sono vestiti di bianco e rosso, hanno maschere chiare, movimenti agili e leggeri. Soprattutto lanciano un Soha, un laccio con la quale catturano simbolicamente gli spettatori. Chi è preso sarà investito dalla fortuna.
Ma Mamoiada non ha un punto zero da cui partire per capire la storia che racconta.
Certo alcuni studiosi ritengono che si tratti di un rito arcaico per la fertilità, il passaggio dall’inverno alla primavera. Altri che sia un rito iniziatico. La verità è che non è importante perché il senso d’essere di Marmoiada è “ funziona, oppure no?”, come un qualunque mezzo di trasporto. Anche lui è un meccanismo.
E non ci può andare travestiti o imitare i gesti degli Issohadores o dei mamuthones. Il pubblico è un testimone, niente selfie, niente voci troppo alte.
Il momento clue (sebbene vada avanti fino alla fine del Carnevale) è il 16/ 17 gennaio. E questo è un caso in cui l’articolo è così in ritardo che è in anticipo, perché Mamoiada è un paese piccolino e bisogna prenotare con largo, largo anticipo!
La fotografia del carnevale è stata pubblicata su “forte village magazine” non sono riuscita a trovare l’autore.
Elisabetta Guida



