l’opera di Ferruccio Ascari e Piazza Fontana

‘Non dimenticarmi’ è un opera dura.
137 Steli, a cui, per ognuno è sospesa una campana che mossa dal vento diventa la voce di una vittima dei tanti crimini ancora avvolti in una nebulosa di omissioni, depistaggi, verità mai dette.
Ferruccio Ascari dice che “Avrei potuto mitigarne la brutalità verniciando il ferro” ha dichiarato il suo autore “ma ho scelto di non farlo. Fintanto che non verrà il giorno in cui sarà, con chiarezza, riconosciuta la responsabilità degli ‘apparati deviati’ dello Stato in quelle stragi, quella ruggine non sarà rimossa dal ferro di cui è fatta quest’opera e la nostra memoria”.

Oggi 12 dicembre ricorre il 56 anniversario dell’attentato nella sede della Banca Nazionale dell’agricoltura. Era il 1969, il pomeriggio di un venerdì, i pensieri ai regali da comprare, il pranzo di Natale, il weekend che sarebbe arrivato tra qualche ora. Ma alle 16.30 scoppió una bomba che fece 88 feriti e 17 morti.
(La fotografia è di @MariodeBiasi))
Il motivo fu la cosiddetta strategia della tensione, un’etichetta talmente astratta che sembra travolgere anche le vittime. Certo la politica, la violenza, la manipolazione dell’opinione pubblica. Un atto del genere avrebbe avuto la massima capacità traumatica proprio perché è assurdo: erano persone comuni, che si trovavano in un luogo di potere economico a 5 minuti a piedi dal duomo.

La giustizia non ha mai dato risposte.
Così la strage di Piazza Fontana è diventata un simbolo.
Li per li le autorità, nella necessità di trovare un colpevole, optarono per la soluzione più semplice, puntarono il dito su Giuseppe Pinelli. Un signore che frequentava i circoli anarchici, piuttosto conosciuto come attivista. Pinelli morì durante un interrogatorio nella Questura di Milano in circostanza a dire poco misteriose. La prima versione ufficiale diffusa dall’allora questore di Milano è che si sucidó. Anni dopo, nell’ordinanza di archiviazione il giudice istruttore disse che cadde dalla finestra per un malore. In alcune ricostruzioni giornalistiche -Camilla Cederna, Paolo Brogi, Gianpaolo Pansa e Stajano- venne scritto che quella notte, in questura ci fossero uomini dei servizi segreti.
Poi accertato l’alibi di Pinelli le indagini si diressero verso i gruppi neofascisti.

Chiaro fu un escamotage. Il problema dei processi che provarono ad assicurare alla giustizia i responsabili della strage è che furono sempre indiziari, là responsabilità era attribuita con un ragionamento logico, non ci fu mai una prova certa.
Soprattutto nel primo ciclo di processi, negli anni ‘70, che videro tra gli imputati Ventura e Preda.
Negli anni ‘80 arrivarono i collaboratori di giustizia, gli affiliati ad ordine nuovo, le vanterie delle manovalanza rispetto ai due. Però tutti elementi insufficienti per chiedere il riesame della sentenza definitiva di assoluzione.(I pentiti non valgono una prova ma un tassello del puzzle che conferma una ricostruzione processuale).
Nel nostro ordinamento il “giudicato” è un muro.Alla revisione si arriva solo con una prova determinate e “nuova” -davvero nuova, quasi improvvisa-. Per ragioni storiche Italia (ma anche in Francia) il processo è lo strumento attraverso cui lo stato esercita la giustizia e l’ordine.Quindi la manifestazione del potere (basta guardare come funziona la pubblica amministrazine). Mentre in altri paesi ad esempio la Gran Bretagna, il processo è nato come tutela nei confronti del potere ed il giudicato va di conseguenza. Basta un elemento che rende il verdetto non sicuro, il sospetto che la corte avrebbe potuto decidere in un altro modo.
Magari Preda e Ventura sarebbero stati dichiarati ancora innocenti, ma almeno ci sarebbe stato un punto, per loro, per le vittime. E forse qualche elemento da cui ripartire.

Premesso che “la giustizia” non esiste -nessuno potrà mai risarcire il dolore, la perdita, ridare pezzi di vita- la verità sarebbe una grande, immensa, riparazione.
Anche se per sentire i responsabili confessare, sopra ogni modo gli apparati deviati dello stato ci vorrebbe Jessica Fletcher.
Ma chissà. L’opera di Ferruccio Ascari è un intrigo di simboli, figure che lavorano in clandestinità. A proposito la neuroscienza a provato che il nostro sistema nervoso reagisce immediatamente a forme geometriche, colori archetipici, simmetrie e proporzioni. A questo punto si comincia ad organizzare le narrazioni.
I simboli sono l’ossatura dei nostri pensieri, come dicono cosa pensare ma mettono nella condizione di ragionare in un certo modo perché dentro hanno già l’archetipo emotivo che riconosciamo.
Quindi Aeterna Spes.
Elisabetta Guida



