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L’Etna bianco e la sua rete

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1- Il Vino

Il bianco dell’Etna è così particolare che è diffiile parlare di singolarità. E’ come se anche loro  fossero in movimento. Niente è mai uguale, a cominciare dalle colate laviche che diventano terreno.

La Fotografia è dela Nasa ed è di Pubblico Dominio

Intanto l’Etna è un vulcano diffuso, non c’è una bocca unica. In aggiunta una colata del 1400 è diversa da una del 1700. 

L’uva carricante. La fotografia è del Ministero dell’agricoltura, Cravit.

Certo il tempo, quindi pioggia, vento, caldo, freddo e più possibilità per la lava di sgretolarsi e diventare casa per piante e animaletti. 

Un canale lavico, fotografato da Antonio Zimbome, Photoartland, via Wikipedia.


Ma anche la qualità del magma è differente, la percentuale di silice, il gas. Poi ci sono le colate più recenti: l’Etna è un vulcano vivo. E la cenere, quasi una polvere geologica.  Come la lava è sempre diversa. Non solo nella composizione originaria ma anche per quello che si succede dopo.  Quando si va a mescolare con la materia organica, gli strati di terreno più ricchi di minerali, magari un vecchio suolo formatosi tra due eruzioni.

Il fascino della complessità.
Immaginate tante parcelle, ognuna con caratteristiche uniche.

Tutti produttori del Consorzio del vino Etna doc. La fotografia è loro

A grandi linee si distingue il terreno più giovane, più duro e scuro, da quello più antico, ormai sabbioso diventato più chiaro. È quest’ultima la terra del bianco. La sottozona specifica, storicamente più importante, è quella di Milo. Di fronte al Mar Ionio -sul versante Est del vulcano) riceve umidità, escursioni termiche, venti continui e poi è un luogo simbolico. 


La fotografia di fianco è di “La strada del vino dell’Etna.” Si trova all’interno di un articolo che racconta la possibilità di esplorare queste zone in treno.

Bianco dell’Etna DOC deve essere ottenuto da almeno il 60% per cento di Carricante. E  Milo è il luogo dove la tradizione è stata mantenuta.

Ci sono Stati momenti in cui tutti volevano essere altro, più internazionali, più facili, più richiesti. Così molti vitigni sono stati sostituiti. Alcune parcelle sono state abbandonate. Perché quando c’è questa percezione è come se chi insiste non volesse vedere il mondo che cambia. Tanto più che  il Carricante è l’opposto dell’idea classica del sud. Non è morbido, non è opulento. Sembra un vitigno nordico. Quando il bianco dell’Etna invecchia sviluppa note che lo fa assomigliare ad un Riesling.

Eppure sul vulcano esiste da epoche antichissime, addirittura pre-romane. Era un tipo di uva che produceva molto – si chiama Carricante perché riempiva i carretti-, lo usavano come vino quotidiano -più si scorrono gli anni all’indietro, più il vino è  considerato alimento, non lusso- ed era utile anche nei tagli. Caratteristiche gli permettono di continuare ad esistere anche quando non è più di moda.

2- La Rete

Già, il bianco dell’Etna è come qualcuno che si incontra per strada, un caleidoscopio di storie, impegni, progetti. 

Parte tutto da qui. 

Nelle scorse settimane ho pubblicato una serie di articoli sembrano essere autonomi. Invece sono una rete.

1- Noto, una città un organismo fatta di leggende, storie documentate. Non importa cosa sia vero e cosa sia finto perché alla fine  è il miscuglio che definisce la sua personalità. E alle volte puó apparire in un modo, altre in altro.
(La prima fotografia prima sotto è di Visit Val di Noto, il fotografo è S.Scolo. Quella l’altra un balcone di Seven Room Villadorata)

2- L’arte astratta ed i poteri medianici di Georgiana Houghton. Strati del subconscio o di un mondo altro?
(La prima immagine è una fotografia spiritica, sotto un opera di Georgiana Houghton entrambe di Dominio Pubblico)

3- L’Etna bianco e gli strati geologici della terra.
Infine quest’ultima parte, quella degli aspetti che si muovono sottopelle, degli strati che riemergono. Un po’ come camminare tra la folla. 

Perchè al contrario di quello che si dice, non è una massa indistinta.

Un opera di Jason Fox, in mostra alla David Kordansky Gallery

Qualche settimana fa mi è arrivata una cartella stampa dalla Kordansky Gallery, riguardo all’apertura di una mostra di Jason Fox. Lui fa ritratti un po’ spettrali, nel senso che al secondo sguardo sembra di essere in un romanzo di Stephen King.

Non era il mio punto.

Però mi hanno fatto pensare ai disegni dei bambini in età prescolare per la capacità di guardare. Sono degli osservatori pazzeschi. Le persone sono fatte di tanti aspetti che affiorano come movimenti tellurici. E’ tutto incastrato, tutto in movimento. Loro sanno vedere.
Ho  pensato di contattare una scuola per l’infanzia e chiedere qualche ritratto da pubblicare.
Ma non l’ho fatto per via delle difficoltà pratiche, anche se l’idea c’è e secondo me è proprio questo tipo di sguardo che può tenere insieme Noto, Georgiana Houghton, e il bianco dell’Etna.

Elisabetta Guida.

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Ma poi succede che qualcuno ne vede la ricchezza: non è solo accorgersi, è una consapevolezza profonda che  si intreccia con l’identità.  

La famiglia Nicolosi Asmundo abitava quella terre dal 1600. Poi nel 1700 il vescovo di Catania, affida a Carmelo Nicolosi, la valorizzazione della zona di Milo e nel 1720 per via dell’estensione delle terre possedute , Carlo VI, re di Napoli, gli conferisce il titolo di barone. 

Quando il Carricante non fu più di moda, loro furono tra i custodi della tradizione, il vitigno rappresentava l’identità tra famiglia e luogo. “Contrada Villagrande” il loro bianco dell’Etna più rappresentativo è proprio questo: memoria, eleganza, continuità. 

Immaginte di bere:

….con una punta freschezza salina un po’ agrumata..

Per Salvo Foti, invece, il Carricante è il vulcano stesso. Nel suo “Aurora”  il 90 per cento di questo vitigno. Il risultato è un sapore con u qualcosa di ruvido. Energia, tensione, piccole irregolarità. 

“Aurora” sa di “Into my arms” di Nick Cave che va virare sul sapore di pietra bagnata, sale, agrumi (didascalia).


Il suo progetto si basa sul recupero di vigne vecchissime, sul lavoro manuale tra l’altro durissimo. Le parcelle sono in quota, i muretti, fatti con la lava. necessitano di continua manutenzione. Poi c’è l’alberello Etneo: una vite così bassa sembra crescere vicina al terreno. 

Non per niente la creazione di Salvo Foti si chiama “I Vigneri”, una corporazione storica di Vignaioli fondata nel 1435. Quella di Foti è una comunità di contadini. Lui arriva da una cultura di vigna, nasce a Catania, studia enologia. Arriva ad avere un sapere enorme, che prima della nascita del suo progetto mette a disposizione di Giuseppe Benanti. Un’uomo con una storia curiosissima. 

Il Fondatore della dinastia catanese.

La sua famiglia coltiva l’uva dal 1734, lui, lì per lí, preferì una carriera in ambito farmaceutico. Ma poi diventó il simbolo del rilancio dei vini dell’Etna.  Trasforma la viticoltura familiare nella precisa lettura del “terroir etneo”. Allo scopo fa un lavoro certosino. 

Studio scientifico dei vitigni autonomi, scopre che il vino cambia in funzione del versante, della quota, del suolo vulcanico, dalle esposizioni. Usa le differenze come un alfabeto e costruisce, tra l’altro, Pietra Marina, dimostrando che il bianco poteva invecchiare.

Sa di Spiegel im Spiegel… come se si morsicasse la pelle di un cedro su cui ha soffiato la brezza marina.

Ce ne sono tante di storie perché il bianco dell’Etna è come qualcuno che si incontra per strada, un caleidoscopio di storie, impegni, progetti. 
(Vai alla 2 colonna: la rete)