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La mia Firenze. Cialdoni e Malvasia

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Questo è uno di una serie di articoli della ‘mia Firenze’. L’idea mi è venuta andando alla conferenza stampa della Rivista Medicea. Arrivare a Firenze è stata una sfida ma sono contenta di esserci riuscita per i ‘Medici’. Nonostante il caldo infernale é una città in cui sto sempre bene, mi riallinea le energie. Anche se ho visto cose mi hanno intristito. Così ecco la mia Firenze.

La via lattea in una fotografia della Nasa, Hubble Space Telescope, pubblico dominio, via Unsplash.
E una pagina del De Sole, Marsilio Ficino – Disponibile nella biblioteca digitale BEIC e caricato in collaborazione con Fondazione BEIC. Pubblico Dominio, via Wikimedia

L’universo è un immenso organismo vivente e il sole, il cuore del mondo. 
L’astro  ha  un segreto: lo spiritus. 

Una nebbiolina collosa irradiata dal sole,  che attraversa, e avvolge l’esistenza. Uno degli scopi é tenerci agganciati al corpo.   Ma c’é anche quello di fare passare il nutrimento. Funziona  un po’ come ‘clicca il pomodoro’ dell’Esselunga, una vera e propria consegna a domicilio di energia cosmica. Perché quando lo spiritus comincia a scendere, prende anche le energie dei pianeti che incontra. Così capita che luce, calore, gioia e vitalità devono fronteggiare le oscure energie di Saturno. 

E noi dobbiamo  scegliere. 

Per Marsilio Ficino -autore della teoria-, basta  sintonizzarsi sul canale giusto e voilá. Il problema è non perdere la bussola quando si è sopraffatti. L’idea di Ficino era che il simile attrae il simile ed una delle soluzioni era  sentire. Per esempio il profumo dello zafferano, della cannella, degli agrumi. Oppure ascoltare musica allegra. 

Ma soprattutto mangiare.

E allora cosa meglio dei cialdoni dorati appena sfornati intinti nel Malvasia come si usava a Firenze durante il Rinascimento?

la fotografia è di Rens D, licenza Unsplash.
Non sono loro: mi cimenterò!

Ora dei cialdoni ne esistono mille ricette, ma io scrivo di quelli del Magnifico. 
Lorenzo li adorava. Lui li faceva con acqua, farina, zucchero bianco.

Era uno che misurava con gli occhi (la consistenza era quella di una crêpe) poi assaggiava e se piaceva li faceva cuocere su una piastra di ferro. Probabilmente abbondava con lo zucchero, non sentiva gli odori, quindi al gusto, il dolce era un sapore facile. Oltre ad essere lo zucchero bianco assoluto, esotico, lusso. Arrivava dall’oriente.
Mentre, i cialdoni erano ancora caldi venivano arrotolati su dei bastoncini, pronti per essere inzuppati nel Malvasia. 

La fotografia è della Nasa. Pubblico Dominio, licenza Unsplash.

Ma qui viene il difficile: ritrovare lo stesso vino. 

1- il Malvasia di cui si innamorò Cosimo Il vecchio

Era il Malvasia di Candia, l’attuale Creta; all’epoca,  un vino leggendario.

Nel medioevo e nel rinascimento la maggior parte dei vini erano instabili, diventavano aceto, il Malvasia invece, migliorava con il tempo. Merito delle uve appassite al sole, alto contenuto di zuccheri e grado alcolico. In aggiunta aveva un sapore dolce e speziato. Cose che lo facevano considerare magico. 
Lo scoprì (il nome deriva dal porto di  Monenvasia nel Peloponneso) la Repubblica di Venezia e ne fu ossessionata. È proprio qui che Cosimo il Vecchio incontra il Malvasia.

Se cercate questo sapore, oggi lo trovate nel Malvasia delle Lipari DOC Passito (in realtà, prodotto a Salina). Furono gli stessi greci a portare il vitigno, sull’isola l’insolazione é simile  e anche il rapporto delle uve che compongono il vino. 

Il vino è il grappolo d’uva sono dell’azienda vitivinicola di Colosi. Questo non è un pubbliredazionale, ho scelto loro per via dei premi che hanno vinto. Oltre ad essere secondo Gemini, l’ai di Google, il sapore più simile.

2- il Malvasia di Lorenzo il Magnifico

L’anno di Cosimo il Vecchio a Venezia fu quello dell’esilio. Fu per via di una questione con gli Albizi, una potente  famiglia fiorentina terrorizzata dall’idea che i Medici diventassero signori di Firenze. 
Ma  uno dei capisaldi della ‘virtù’ rinascimentale é che il caso, l’imprevisto, la malattia, sono solo disordine, che una mente salda può governare. 
Così Cosimo il Vecchio continua a tessere la sua tela per riprendersi Firenze. E quando torna per prendersi la città, porta con sé l’idea del Malvasia. All’inizio lo compra dai Greci,  era carissimo e lo usava per i banchetti ufficiali. Poi comincia a cercare il modo di produrre un vino simile. Pare fosse appassionatissimo di viticoltura. 
Piantó le vigne a Careggi studiando le potature in modo che la pianta prendesse più sole possibile. 

Suo nipote, Lorenzo il Magnifico proseguì il lavoro, acquistando Villa Montepaldi. La casa  divenne il quartiere generale dell’azienda.

Vigneti nel Chianti. La fotografia è di Foto di Ken Shono su Unsplash.

Per la prima volta nella storia  i 54 poderi non facevano a se’: avevano una strategia comune. Fu una rivoluzione.

I poderi, disposti a raggiera intorno alla villa erano specializzati in base al terreno e all’esposizione. La  Malvasia non era piantata dove capitava ma sui terreni più assolati. La vendemmia veniva monitorata, i grappoli controllati. La vinificazione avveniva a Villa Montepaldi sotto l’occhio degli esperti dell’epoca.

Oggi la tenuta è diventata l’azienda agricola ufficiale dell’università degli studi di Firenze e producono “Il decano”, Vin Santo del Chianti Classico Docg, Villa Montepaldi.
Una bella sorpresa se si vuole bere un vino che arriva dai terreni di Lorenzo, ma é un altra cosa: più denso, più alcolico, più ambrato. Un liquore.

Il Malvasia nella quale intingeva  i cialdoni Il Magnifico oggi avrebbe la stessa considerazione di un bicchiere di Champagne o di Spumante. Il piacere assoluto. Leggero, soave, esclusivo. 
Forse il sapore più simile a quello che sentiva Lorenzo é il San Gimignano Doc Malvasia Passito non ossidato. Oppure potrebbe essere un Toscana IGT bianco dolce? 

Che poi, probabilmente, per le occasioni ufficiali  continuó a comprare il Malvasia Greco, ma con i suoi sodali o durante le merende notturne con l’amore della sua vita era questo il sapore che sentiva. Magari per rifare la stessa esperienza, vista l’anosmia del Magnifico, tappatevi il naso.

La  felicità non ha più segreti e allora “chi vuol essere lieto sia”.

La fotografia è di Christopher Campbell licenxa Unsplash

Elisabetta Guida

La ricetta di Lorenzo de Medici per i cialdoni si trova nel ‘Canto dei Cialdonai’ nei poemi carnascialeschi.