Champagne,  Vino,  Whisky

La Burns Night sta arrivando. Tra Scozia e Giappone (Il karuizawa)

Share

Il whisky è davvero un punto di vista? Forse si, forse no. Forse  può essere contemporaneamente cose diverse. 

Certo non in Scozia.

La fotografia è di www.findingtheuniverse.com

Secondo lo Scottish Governement – Agricoltural Census-, oltre allo Scotch Whisky Association,  circa  un quarto delle terre stimate, tra 180.000 e 220.000 ettari,  sono coltivate ad orzo. Una parte considerevole di questi appezzamenti è contrattualizzata, selezionata e controllata, allo scopo di produrre whisky o birra.

Dentro questo dato c’è, non solo  un paesaggio disegnato dalle distese d’orzo ma  Il legame delle piccole comunità rurali alle distillerie locali

La fotografia è di www.Scotchwhisky.com

E se solo si fa un passo indietro, si vede come il whisky, abbia cambiato l’alimentazione stessa degli scozzesi. Considerato che ciò restava dalla maltazione dell’orzo diventava mangime per i bovini.  Quindi significava: allevamenti, latticini, carne. 

Senza whisky: meno bestiame, meno burro, meno formaggi.

Fino al primo ‘900,  il whisky, soprattutto nelle Highlands, era necessità. Il pane era scarso, la carne rara, il freddo costante. In Scozia si lavorava 10/14 ore al giorno in situazioni estreme e spesso il whisky era parte del salario. Oltre ad essere un alimento calorico era anche un farmaco che funzionava sia da anestetico che da disinfettante. 

La Burns night è tutto questo: la Scozia che si riconosce senza intermediari. Tanto che la cena prevede  l’Haggis, cioè interiora – cuore fegato e polmoni- avena, spezie e cottura lunga, con contorno di  rape e patate. 
Ingredienti resi possibili dall’economia circolare introdotta dalla produzione del  whisky. E proprio  quest’ultimo è versato e  alzato mentre si declamano i versi Robert Burns.  

Non si tratta di un poeta a caso proposto dall’alto.

Burns, nasce il 25 gennaio -giorno della celebrazione- in una famiglia di contadini povera. La sua istruzione è irregolare, invece ara, semina, raccoglie. Conosce la fame, i debiti, la fatica. Scrive di notte, in Scots, cose tipo “A un topo”:

(…) hai visto i campi spogliarsi, l’inverno stanco, arrivare in fretta, e qui, al riparo dal vento, pensavo di abitare tranquillo, finché -schianto- la lama crudele dell’aratro non ha squarciato la tua tana. (…) Ma topolino non sei solo a dimostrare che prevedere è inutile. (…) Eppure sei più fortunato di me: solo il presente ti tocca davvero. Io invece Ahimè, volto lo sguardo all’indietro verso prospettive cupe, e avanti anche se non vedo, posso solo immaginare e temere”.

A 27 anni riesce a pubblicare le sue poesie, ottiene fama immediata, entra nei salotti di Edimburgo, ma Burns rimane un contadino. Muore dieci anni dopo, malato, stanco, disilluso. Cinque anni dopo alcuni suoi amici, per ricordarlo,  organizzarono tra loro la prima Burns Night. Praticamente si potrebbe dire che sia diventata quello che è attraverso il passa parola.
La Burns Night è la celebrazione della Scozia che non si arrende, del mondo contadino. 
In una parola lo Scotch Whisky.

Al polo opposto c’è  il Giappone.

Qui la maggior parte delle persone, considera il whiskey, semplicemente una bevanda come tante. Neanche un coktail; cosa che implicherebbe dargli una certa autonomia. 
Si usa per accompagnare fritti, cibi sapidi, cucina grassa o salata. L’effetto deve essere leggero e rinfrescante.

Di fianco non un Highball ma Nikka, uno dei primi single malt giapponesi.

E la sua forma più comune è l’Hightball, un  long drink che mischia al whisky, molta acqua frizzante, ghiaccio e scorza d’agrume. 
Ma, c’è un grosso MA.
Perché il Giappone produce whiskey tra i  più complessi e stratificati, forse i più Scozzesi di tutti. Uno per tutti: il Karuizawa che è diventato leggenda.

La distilleria nasce nel 1955 e chiude nel 2000 -nel 2016 viene demolita fisicamente-. Le ultime botti le imbottigliarono nel 2013. 

Ed il suo succeso -postumo- è legato al fatto che nessuno pensa potesse diventare un grande single malt. 

Per prima cosa fu fondata da una società la Daikoku Būdoshu, non c’è la storia di un fondatore, come per esempio quella di Masataka Taketsuru.

Fu lui a portare il whiskey in Giappone. Nacque nel 1894, nella prefettura di Hiroshima, in una famiglia di produttori di Sakè, studia chimica all’Universitá di Osaka. Va in Scozia per conto di una società che vuole avviare una produzione di Whiskey in Giappone. Lavora dentro distillerie scozzesi, studia, si appassiona, si innamora di una musicista scozzese e la sposa nonostante entrambe le famiglie fossero entrambe contrarie. Quando tornano, in Giappone trovano mancate promesse, isolamento (lei non riuscirà mai ad integrarsi) e la sua assoluta voglia di fare whisky alla scozzese senza sottostare a nessun diktat commerciale. Fonda Nikka ed ha una vita triste e difficile.Mori senza sapere mai di essere considerato un mito.

Poi, Karuizawa era solo una linea secondaria, non dovevano farci fatturato, bastava non desse problemi. Fu la distilleria più piccola del Giappone. L’idea era sperimentare un Whiskey che  anche se mescolato non perdesse personalità, quindi doveva essere il più denso possibile.

Cento per cento malto, orzo golden promise -lo stesso usato in Scozia-, alambicchi piccoli che producono un distillato oleoso e concentrato, maturazione i quasi esclusiva in botti da Sherry. Aggiungete che la distilleria si trovava ai piedi di un vulcano attivo, il Monte Asama. Dunque acqua purissima filtrata dalle rocce, clima freddo e secco, aria sottile.
Il risultato fu un whiskey aspro, potente, talvolta spigoloso che anticipó il gusto di 30/40 anni. 

Ora, quando Karuizawa chiuse, restava una scorta di whiskey invecchiato nelle botti. Combinazione Marcin Miller ed il suo socio, David Croll, con la loro società – la Number One Drinks Company- cominciarono ad importare whiskey giapponese come attività secondaria. Visitano la distilleria Karuizawa, assaggiano e si innamorano. Portano le botti nel Regno Unito le imbottigliano ed il valore esplode. 
Sotherby’ s, nel marzo 2020, a Londra ha venduto una bottiglia di Karuizawa, per £363.000 (l’immagine sopra).

Ma si potrebbe pensare che i single malt  giapponesi  siano una casualità, qualcosa che andrà sparendo. 
Se non fosse che  il modo di porsi dei giapponesi rispetto al whiskey sta cambiando.  Whiskey Bar e collezionisti sono in continua crescita. 

Imarc Group – Japan Wiskey Market stima che  se  nel 2024  il mercato giapponese del whisky valeva 4.3 miliardi di dollari si prevede di raggiungere nel 2033  i 7, 3 miliardi.  
Certo rimane la questione spinosa del “terroir”. 
Ma più che una meteora Karuizawa sembra un fossile che guarda soddisfatto l’evolversi della situazione.
Magari come me si chiederà dove andranno le tradizioni quando non si usano più.

Elisabetta Guida