La bellezza è un seme

L’arte è nutrimento. Non c’è differenza tra un pezzo di pane ed un opera d’arte. Il cibo arriva dalla terra, l’arte dall’urgenza di esprimere qualcosa. Ed è un qualcosa che a volte cambia la vita, come la camelia ne “l’eleganza del riccio”.
L’articolo che volevo scrivere riguardava un accademia che usando il denaro arrivato con il pnrr voleva cambiare volto ad una città e alle periferie. Peccato. Peccato tutto.
L’immagine di copertina, il campo di grano é di Luke Besley su Unsplash. Mentre sopra, il pane è di Louise Lyshøj su Unsplash
Peccato anche il nome che hanno dato al progetto -era una dichiarazione di intenti che ha associato altre figure di istruzione altissima-. Forse bisognava considerarlo un campanello d’allarme.
Come se sottinteso “il museo” fosse la casa di ciò che chiamiamo arte. Io faccio fatica. Faccio tanta fatica anche a scrivere la parola ‘museo’. A me sembra più un posto dove le opere vengono conservate e -se sono molto fortunate- coccolate. Una cassaforte, che però vale come una cassaforte. La vita è un’altra.
Certo: là fragilità
Ma ci sono i falsi, fulgido, meraviglioso, esempio é il David di Michelangelo in Piazza della Signoria, l’originale é alla Galleria dell’Accademia di Firenze.
L’arte è arte perché risuona con chi la guarda.
Il cervello è solo l’organo che ci mantiene vivi, ma è il cuore che permette di vivere pienamente. Quale migliore setaccio per qualcosa che é più vita della vita stessa?
Prendete il paese di Peccioli.
Prendete le pitture nere di Goya.
Alla ‘Quinta del sordo,’ la casa dove si ritirò, é come se vi fosse stato condotto dal destino. Intanto la malattia che apparse improvvisa che non si sa ne come ne perché sia arrivata. Ebbe salva la vita ma ne rimase completamente sordo. Poi gli orrori della guerra, l’ipocrisia della corte, la tirannia del re. Ancora, la paura della malattia.
Così a settanta anni si ritirò in campagna. Doveva essere la fine, avrebbe dovuto consumarsi nel dolore e nell’oblio.
Francisco Goya, Public domain, via Wikimedia Commons

Ma, probabilmente in una trance di disperata, cominciò a dipingere le pareti con i mostri che aveva dentro. Nessuno doveva vederli. Tanto meno dovevano essere venduti. Non gli importava che durassero. Usó bitume e olio per il colore che impastava direttamente sulla parete. Morale alla fine dei 14 affreschi il peso sull’anima se ne andò. E lui lasciò la campagna per Bordeaux,o dove tornò a dipingere e a vivere.
Per me l’arte è la verità, la fune della salvezza a cui aggrapparsi quando si è immersi nel fondale della volgarità del mondo.
Penso al mito della caverna. Gli uomini incatenati sul fondo della grotta, le ombre proiettate sulla parete, le uniche cose che possono vedere. Fantasmi che sono anche tutta la marmellata di stereotipi, must have, must be. L’arte rimette ‘in sesto’, ripulisce dal ciarpame, accende la luce.
Poi un altro discorso è quello del mito: quando un opera diventa un racconto collettivo.
Anche se é difficile distinguere, forse il venire meno della libertá di dire: non mi piace, perché inevitabilmente si colora di altri significati.
Comunque, nel 1974 al Moma di New York, un uomo si avvicinò alla Guernica di Picasso e con una bomboletta spruzzò la scritta “Kill lies all” -uccidi tutte le menzogne-. Perché proprio quell’opera e non un altra? Perché non un altro oggetto? C’è il saggio di Luca Nannipieri, che nasce da qui. E’ il curioso rapporto tra psicologia individuale e psicologia delle masse. Ma c’è un punto in comune: il fatto che il mondo si cambia una persona alla volta e che l’arte deve risuonare. Quando smette di farlo, quando smette di rappresentarci… è finita. Certo tutti i rapporti sono un elastico e vale anche per l’arte.

Resta che è la prova provata che l’arte è di tutti e si chiama arte perchè parla a tutti. Peccato che qualcuno la consideri una produzione per pochi intimi tutti testa e poco cuore.
Io sogno un mondo pieno di falsi, ovunque e dovunque da toccare e vivere. E magari opere contemporanee che abbiano il fuoco dentro.
Elisabetta Guida



