Inchiesta

Intrighi di parole. (Basterà una tecnologia?)

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Siamo fatti di storie.
Basta pensare all’alfabeto: ogni lettera è il risultato di un susseguirsi di segni, ancora prima pittogrammi, che raccontavano realtà, emozioni, vissuti. Anticamente la “a” rappresentava il bue, la “b” la casa; e siccome l’una esprime la fertilità, l’altra il focolare, insieme,  sono la prima coppia che ha dato origine a tutto l’alfabeto. Il più antico conosciuto è quello protosinaitico, probabilmente l’antenato degli alfabeti europei e di molti altri. Pensare a come ognuna di queste lettere si incastri con altre per formare parole che raccontano ancora altre storie è magico.
E se non fosse sufficiente, il significato delle parole sono labirinti di contenuti -emersi a seconda del momento in cui la cultura che li ha creati si trovava- è che nel corso dei secoli si sono stratificati.

All’inizio si credeva che nelle parole ci fosse l’essenza delle cose. Così conoscere il nome di un nemico equivaleva a conoscerlo nel più intimo e dunque riuscire a batterlo.
Poi con la Grecia Antica arrivò un altro punto di vista, quello secondo cui il linguaggio fosse uno strumento -e non la verità- per scoprire tutto quello che ci gira attorno. Allora, il significato delle parole diventò una convenzione. E la conseguenza fu che ogni lingua usasse dei termini con spazi di significato diversi o che in altre culture non esistono.
Prendete ‘azzurro’, francese ed inglese non ha un equivalente, dicono ‘blu chiaro’. Oppure la parola ‘corridoio’, identica in italiano e nella lingua parlata dagli anglosassoni.
Lo stesso vale per la grammatica, l’inglese non ha il passato, per esprimerlo usano la continuità -ing- e will -volete- mischiato all’infinito e alle forme del passato.
La lingua è diventata l’impronta digitale di una popolazione.

Sapere è dalla notte dei tempi una risorsa strategica.
Addirittura Harold Hinnis ha scoperto che in base al supporto che una società usa per veicolare il sapere – la pietra, la carta, la stampa, il telegrafo o il digitale- cambia l’orientamento.
In tutto questo negli anni 50 Fritz Machlup ha messo a confronto conoscenza e prodotto interno lordo. E se si guarda alla storia da questo punto di vista è curioso come guerre e contrasti sociali possano essere lette come fenomeni volti a conquistare pezzi di conoscenza.
Dunque noi, figli della rivoluzione digitale di quali informazioni ci avvaliamo per prendere le migliori decisioni possibili?


Subito, viene da pensare alla stampa ufficiale. Sono loro il quarto potere per eccellenza, cioè chi dovrebbe controllare e fare la luce sulle zone d’ombra di chi detiene il potere. Ma è così? E per davvero la stampa e’ un malato grave appeso alla vita da un filo sottile?

Qualche anno fa, la dirigenza di un grande quotidiano era stata protagonista di una vicenda per falso in bilancio e manipolazione del mercato; gonfiarono il numero di abbonamenti online venduti e le copie cartacee. (Sull’accaduto, anche Gianni Dragoni ‘Poteri deboli’).
Non che i giornali cartacei se la passino bene. Le edicole chiudono oppure si trasformano in una specie di portineria di quartiere (il governo nel 2020 ha previsto un bonus una tantum a favore di chi vende giornali come unica attività lavorativa).
Poi tra la fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno è andato in onda questo spot televisivo: ‘Le notizie sono una cosa seria. (…) Fidati dei professionisti dell’informazione. Scegli gli editori responsabili, gli editori veri. Scegli la serietà’.

Ma seguiamo il denaro.

Intanto, i grossi gruppi editoriali sono esclusi dal contributo governativo alla  stampa ( Qui: chi ne ha goduto nel 2019 ), devono farcela attraverso pubblicità e vendite, con qualche aiuto indiretto, tipo gli sconti sul costo della carta e così via.
Ma succede anche , che venga  immesso  denaro dalla politica (cioè coloro che dovrebbero essere controllati) in casi particolari. Per esempio la nostra Repubblica ha destinato cinquanta milioni di euro a radio/televisioni locali, ‘per un informazione puntuale ai cittadini sull’emergenza corona virus’.

Resta che capita di trovarsi di fronte ad articoli – di qualunque argomento- che dividono il mondo in buoni o cattivi e, quasi mai, in punti di vista differenti. Oltre ad una buona dose di sensazionalismo –qui il richiamo ai giornalisti dell’odg della Lombardia).
A cui si aggiungono dle clientele.
(Spesso mi chiedo se lo scopo del giornalismo, in Italia, sia ‘educare’ oppure ‘informare’.)

Ora i contrappesi che dovrebbero risolvere qualunque stortura, sono: i Codici Deontologici, spesso drammaticamente insufficienti e la concorrenza. Luogo principe di quest’ultima è il web e la sua libertà.
Senonché, già negli anni ‘40, in uno studio sul comportamento elettorale Lazarsfeld aveva scoperto che le persone cercano le informazioni e le opinioni che confermano quello che è il loro pensiero e le loro convinzioni. (Tanto che divise gli elettori in due categorie: cercatori di sostegno e cercatori di una guida.)
E sembra che il nostro modo di informarsi funzioni esattamente così; vuoi perché ci costruiamo una nostra area di confort.
Quest’estate guardavo su Netflix, un documentario sui ‘terrapiattisti’. Ed è incredibile la contraddizione. Se i fisici ‘accreditati’ rifiutano di confrontarsi, loro hanno creato una comunità chiusa: frequentano solo persone che la pensano come loro. Come se una tesi fosse un credo e non un ipotesi da essere provata.
Jack Dorsey, uno dei fondatori di Twitter, ha auspicato un ‘sistema di regole’ che protegga la libertà del web, intesa come luogo di discussione dove ogni idea può essere espressa.

Mi viene da pensare al medioevo.

Allora l’informazione era delegata ai banditori pubblici che andavano nei villaggi nelle ore più affollate e leggevano le ordinanze, le sentenze di giustizia, pubblicizzavano i mercanti che li avevano pagati. Ma ‘sapere’ , cioè avere una visione precisa di quello che succedeva, era un’altra storia. La società era analfabeta. La lingua ufficiale, il latino, era conosciuta solo da un gruppuscolo di persone. Il sistema economico era quello del feudale. Povertà, ignoranza e religione erano il perno del sistema di potere.
La chiesa veicolava i suoi messaggi utilizzando le immagini & terrore: ma si seguivano ‘le regole’ della fede il premio sarebbe stato la salvezza.
Tradotto in una regola di marketing abbiamo:
– l’utilizzo della carica emotiva (la paura della morte);
– l’immagine per veicolare una tesi;
– l’enfatizzazione delle fonti (i santi, dio ecc…);
– porsi come ‘la verità’.

Nel 1957 Carl Hovland ed altri studiosi di Yale, misero a punto la ‘teoria della persuasione’.
Come nell’anno 1000, il collante della formula magica è l’emozione: il denominatore comune trascende qualunque differenza sociale. Dunque ampio utilizzo dell’immagine (Penso alle fotografie shock sui pacchetti di sigarette o le immagini delle persone intubate nei telegiornali). Hovland aveva scoperto che attraverso una rappresentazione figurata è possibile sviare l’attenzione da altri elementi che generano dubbi ed incertezze attraverso espedienti come il colore, lo sfondo, il contrasto. Quindi seguono: L’enfatizzazione delle fonti, presentarsi come i portatori della verità, veicolare l’idea di un mondo suddiviso in bravi o cattivi esaltando certi comportamenti.

Ma cos’è la verità? Ed è veramente possibile vivere in una società in cui non si è ingannati?

Continua: Intrighi di parole. Il dubbio ci salverà

FONTI:
Diogene e la lanterna. Podcast, Spotify.
Newscientist ‘Code hidden in Stone Age art may be the root of human writing’, Alison George.
Smithsonian Magazine, who invented the alphabet?
Newscientist ‘who invented the alphabet? The untold story of a linguistic révolution’, Colin Barras.
LaComunicazione.it, Storia della comunicazione, Thomas Purayidathil.
– Wikipedia.

1- l’idea di paragonare il nostro tempo al medioevo l’ho avuta quest’estate leggendo ‘Dance, dance, dance. La piaga del ballo ed altre isterie di massa’.
2- interessante la tesi di laurea di Gloria Minelli ‘La comunicazione persuasiva nell’ambito della lotta contro il fumo: il ruolo delle immagini shock sui pacchetti di sigarette”. http://tesi.cab.unipd.it/63927/1/Gloria_Minelli_2019.pdf