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Il tempo è un respiro. Marshall Vernet e l’Etna.

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Marshall Vernet -profilo Instagram: MarshallVernet1- e Stephanie Peters, un artista che ha dipinto una serie di opere intitolate “Vulcani”. La terra è un organismo vivente e Stephanie Peters dipingendo queste montagne infuocate ha voluto rendere visibile da una parte il respiro dall’altro il cambiamento di ciò che consideriamo immutabile.

L’Etna e le fotografie di Marshal Vernet hanno una cosa in comune: il senso di eternità.
Eppure c’è chi sostiene che l’unica certezza sia il cambiamento.  
In realtà é solo una questione di scala: il tempo dipende da come lo si guarda. 

E’ un po’ la sensazione di quando si cammina per strada immersi nei propri pensieri ed arriva una folata di vento che riporta alla realtà. Ma quell’attimo, prima che i pensieri si riorganizzino, si sente una vertigine. Ci si ritrova quasi storditi, il marciapiede sotto i piedi, le case intorno, sembrano luoghi dove siamo appena atterrati da chissà quale mondo.
C’è un orologio a Cambridge, si chiama Corpus Clocks e segna le ore come vengono  percepite. Immaginate: una spirale dorata con sopra un grande insetto. É il chronofage  che mangia il tempo; a volte voracemente, altre come se fosse già sazio.  
Funziona come nella realtà quando i minuti non passa mai, oppure volano.
L’ unica certezza con il Corpus  Clocks è la durata del giorno, che però è misurata secondo il tempo solare. Nel senso che, i nostri orologi, per uniformare il tempo  fanno una media matematica; per esempio d’estate le giornate sono più lunghe. 
Certo lo scarto alla fine dell’anno è di soli 16 minuti. Ma se partissimo da qui e ci chiedessimo, come fare per asentire sulla pelle la differenza, allora diventerebbe lampante che il tempo è la percezione che se ne ha. Meglio ancora: il tempo è il nostro respiro.
Quindi per riconoscere l’infinito dobbiamo per forza metterlo in relazione con qualcosa che ci appartiene.

Dunque tutto questo senso d’eternitá, che emana dalla fotografia di Marshall Vernet e da luoghi come l’Etna,  è il frutto di una totale sproporzione temporale rispetto alla nostra. 
Questa impressione d’essere immutabili e perenni…

C’è un principio per cui ogni figura -persone, cose, animali- ha un centro. Il punto dove opera la forza di gravità, ciò che permette l’equilibrio, il baricentro. In definitiva  l’Etna e l’arte di Marshall Vernet sono questo.  Ma se si guardano  con una lente d’ingrandimento,  l’incredibile è il ruolo della  fragilità e di come, alle volte, si trasformi nella struttura portante del suo opposto.
Prendete l’Etna.

Lui si trova in bilico tra due placche in rotta di collisione, quella euroasiatica e quella Africana. Non che per noi umani ci siano maggiori certezze di sopravvivenza,  le nostre vite sul pianeta terra, galleggiano sopra, circa, 12 placche, su un oceano di lava. Ma per l’Etna  è ancora peggio.
In genere, quando gli altri vulcani sono ingaggiati negli scontri tra placche, si affidano proprio a loro.

Se si vedesse quello che avviene in profondità, vedremmo una placca scivolare sotto l’altra. E siccome i vulcani vivono di fratture – sono i canali che permettono la risalita del magma-  può capitare che se si trovano sulla placca che scende, il cunicolo della lava rimanga bloccato e loro  si trasformino in una montagna.


Discorso che per l’Etna non vale. La ragione è che nella suo essere vacillante, ci si mette anche la microplacca ionica, una zolla che sotto la placca euroasiatica,  ma storta. Quindi continue fratture e risalita di magmi che cercano una strada creando un sistema di vulcani. 
Il nome stesso, Etna, significa colei che arde.
Ma se si considera solo come fa sentire, allora, in un battito di ciglia si dimentica che ci si trova nell’area più instabile che possa esistere ed arriva quel miscuglio tra senso di protezione ed eternità. Perché è come se l’Etna dall’alto dei suoi millenni  dicesse: “il mondo non ha bisogno di te per esistere”. Cosa c’è di più liberatorio?

Ed è questo il punto attorno a cui gira tutto.

La caratteristica di questi posti  è che sono più antichi delle storie che li abitano.
Su questi territori si sono stabilite civiltà che col tempo si sono estinte.

Sono spazi che hanno superato qualunque funzione gli sia stata attribuita nel corso del tempo. Loro “sono”, totalmente indifferenti a noi. Esattamente come lo può essere un pavimento o un muro portante: non migliorano se li capisco, non dipendono dal mio sguardo. Semplicemente danno stabilità.
Se la terra invece di essere rotonda fosse una piramide fatta di paesaggi in equilibrio precario, alla base ci sarebbero proprio questi luoghi. Invece, spalmati come sono, sulla superficie del nostro pianeta, invece di reggere un peso, danno un orientamento, rimettono in asse. Sono quegli spazi in cui si potrebbe restare secoli e non accadrebbe nulla ma permettono l’accadere di chi sta sopra.  Nell’antichità erano questi i posti dove venivano fondate le città. 

Non so se esiste per I fotografi come Marshall Vernet una definizione simile a quella dei rabdomanti, per i cercatori d’acqua, ma dovrebbe. Questi luoghi in genere  si nascondono,  Vernet ha l’abilità di riconoscerli e portarli alla luce. Le sue fotografie sono  linee, masse, ritmo: architetture. 

(La prima volta che vidi le sue fotografie, mi ricordarono le fotografie di quei libri dove raccolgono i vari punti a uncinetto. Se scollegavo quello vedevo da quello che l’esperienza mi diceva fossero,  erano pizzi).

Sembra che il  metodo di Marshall Vernet entrare in uno di questi paesaggi e camminarci  fino a che smetta di rispondere, diventi incurante al  suo passaggio. All’iniziobiss molti luoghi  sembrano adatti, poi lui resta e allora il corpo decide -prima dell’occhio-.

Ma se sente il bisogno di spostarsi per migliorare l’inquadratura, cercare il colpo d’occhio, trovare il bello non è il posto giusto. Il paesaggio perfetto è quello dove il respiro si regolarizza, il passo diventa costante- non c’è bisogno di cercare un posto migliore-.

Almeno, fino a che questa specifica l’eternitá  reggerà. 

Elisabetta Guida

Per saperne di più:
Stephanie Peters
Marshall Vernet