Arte

Il sistema arte e Peggy Guggenheim

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Mi è arrivata un’e-mail dove mi si dice addirittura che risoluzione devo usare se mai scrivessi della mostra e pubblicassi le loro fotografie. 
Ma proprio questo è il punto, di chi è, davvero, l’arte? Poi il controllo dell’immagine può nascondere una narrazione? Il Vademecum che mi è arrivato è solo l’occasione per parlare di un sistema di intendere l’ arte che appartiene non solo all’establishment ma a tutti noi.

Al polo opposto l’immensa Peggy Guggenheim, una che ha imparato a vivere al confine.
Sembra che il  cuore di tutta la questione gira intorno alla “ferita”. Quella con la “f “maiuscola e che non c’entra con il male che il mondo può averci fatto, ma con la biologia. Vale adire: l’essere umano non è autosufficiente, deve essere accolto per sopravvivere. Dunque vivere significa costruire ponti per arrivare all’altro. Se non ci fosse qualcuno che ci parla non esisterebbe neanche il linguaggio. Quello che siamo si forma nell’incontro. Quindi è sempre una distanza che ci separa da quello che potremmo essere.

Questa è la ferita ed è sempre aperta. Incontrare l’altro è difficile: si deve rischiare, esporsi, il fallimento è in un battito di ciglia. Peggy Guggenheim accettava questo, stava nella ferita. Lei non era una mecenate elegante, ma fantasticamente scomoda.

L’esatto opposto di quello che sono la maggior parte di curatori, galleristi e compagnia cantante. Sapete quelli del “white cube” (spazi asettici, muri bianchi), come se fossero i sacerdoti dell’arte. Solo loro possono capire e diffondere l’arte.
(In realtà il loro lavoro è utilissimo, ma dopo, quando si è già “entrati”, almeno per me. Prima, è rumore che mi distoglie dal sentire).
Ecco,  Peggy, invece  dava una festa, con 1000 imbucati, appendeva un quadro di Pollock e vedeva cosa succedeva. 

La fotografia è stata pubblicata su Whikipedia. Sotto la fotografia di Jacson Pollock fotografato nel 1950 Hans Namuth.

Non spiegava, faceva accadere l’arte -che se è arte non ha bisogno d’intermediazione- . E non è che allora Pollock, fosse Pollock, anzi. Questo signore lavorava come tuttofare, era un alcolista, non riusciva ad esprimersi, parlare. Nessuno gli avrebbe dato una possibilità. Ma  lui “dipingeva come se non ci fosse stato un pubblico” e Peggy abitava il rischio.

Oggi si incorniciano i quadri di Michelangelo per depotenziarli. Ci sono esperti che parlano di Depero come se fosse un grafico per renderlo family friendly. È come se ad essere protagonista fosse  “il sistema” che ti dice cosa è arte e cosa devi pensare.
Si dice che le nuove generazioni non frequentano più i musei. Onestamente mi preoccuperei di più per chi non sente e non pensa  con il corpo, il cuore e la testa che ha. Penso che la cosa più allarmante sia che non si capisce  che “gli eventi” non sono una cosa in più  -un modo per attirare i reticenti alla “cultura vera” – ma una maniera di vivere l’opera, entrare nella sua energia, stare nella ‘ferita’. 
Certo, questo comporta  vedere giudicate le proprie scelte, accettare che si  possa incrinare la maschera di grandi esperti. Si incrinerebbe  il sistema per cui se non ti piace quello che ti propongono non sei all’altezza. Sarebbe tutto messo in discussione, non ci sarebbe paura di vedere, confrontare dire la propria, sbagliare. Meraviglia: perché è il punto di vista che è d’oro non il silenzio.
Invece il sistema arte  è chiuso,  già digerito. Per ogni rischio c’è una maschera perfetta per scantonare. Non per niente quando si cancella la ferita si elimina la possibilità di una relazione vera.

Non dico che essere Peggy sia facile.

Penso  al “mio” e alla “prescrizione” che mi è arrivata.
L’hanno scorso mi avevano chiesto di vendere tre disegni, sarebbero diventati parte di un altra opera. Mistero su quale fosse la narrazione, sapevo solo che era un progetto per un concorso e volevano gli originali e  tutti i diritti. Paura: cosa avrei contribuito a dire? Che storia avrebbero raccontato? Immaginate un artista vero o ancora una fondazione che è gravata da una responsabilità.
Peggy avrebbe detto: fate come vi pare.  
Ed avrebbe avuto ragione, l’arte è di tutti. Ha una vita autonoma, resiste rispetto a tutto. Non c’è taglio, non c’è modifica che tenga. Un artista non può essere relegato ad una ‘storia’, alcuni sono stati così grandi che neppure loro, che hanno parti indecifrabili anche dopo anni. Pensate a Goya.
Giovanni Gastel, un fotografo sofisticatissimo, disse che i social sono il nuovo rinascimento. Forse perché le persone fanno, disfano, confrontano.

Credo che dobbiamo scegliere dove vogliamo abitare. Ognuno di noi lo deve fare, perché è qualcosa che non riguarda solo i massimi sistemi o gli addetti ai lavori è un modo di vivere.
L’arte è sinonimo di vita.

Elisabetta Guida