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Il lato oscuro della Design Week

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Tempo fa, mi avevano raccontato di un famoso brand, che aveva bloccato l’uscita di un’importante Magazine del settore, perché non gli piaceva l’articolo o la copertina, che stava andando in stampa.

Fatto vero? Mito? Calunnia? Non lo so.

Di sicuro la si potrebbe raccontare come le storie  degli antichi che  tentavano di spiegarsi l’origine del mondo; perché, trovo che, la realtà intorno a me è questa. È come se la moda con le sue chiusure, propagandate come l’esclusività, -in realtà un gioco sulle paure e le debolezze delle persone- facesse strada. Ma qualcuno conosce qualche stilista emergente oltre i soliti noti?

Problema che sta cominciando a valere anche per il design italiano. Cosa sarebbe la design Week senza gli olandesi? I nostri grandi, sono nomi del passato.

Evento paradigma: all’anteprima di una mostra, mentre stavo cambiando l’obiettivo alla mia reflex,  alzo la testa, e nelle sale prima affollatissime, non c’è più nessuno. Così ho pensato: “ho perso la navetta, e adesso??”, invece avevano solo aperto il buffet. Il tragico e’ che per quell’ufficio stampa, i dileguati, erano, e sono, i giornalisti che valgono. Esattamente come per molti studi comunicazione.
Perché chi fa il copia e incolla di un comunicato, senza l’ombra di una critica o di una considerazione personale, fa uscire il brand esattamente come desiderano. (Mai sottovalutare il potere delle parole, la scelta dei sinonimi.). In più gli si crea attorno quell’alone da ‘grande giornalista’ e dunque esempio da seguire. Così si crea il sistema. Si fa una distinzione tra bravi e cattivi e si chiude ogni spazio e possibilità. Ma la cosa che mi fa più paura, e’ che non esiste un accordo in tal senso, non c’è un dolo… unicamente si tratta di un calcolo della convenienza. Elemento che rende difficile il passo indietro.

Perché, non è vero, che il design e l’arte sono finiti, che è stato già creato è detto  tutto ecc… ecc…
Semplicemente si è smesso di dare  la possibilità a chi ha qualcosa da dire, di poterlo fare.

Allora succede che a una inaugurazione, arriva la collega che lavora per una grossa rivista, che si porta gli amici per mangiare il gelato gratis. Ovvio, con gli inchini della pr. E questo è grave, non per il fatto in se’ (che va beh, non e’ che muore qualcuno, e probabilmente l’hanno messo già in conto) ma per quello che rappresenta. E cioè che non esiste un terreno comune dove confrontarsi, capire, discutere. Le decisioni sono prese in modi incomprensibili e sedi inarrivabili. È qualcosa che ti fa smettere di credere nelle tue capacità o comunque anche solo di provarci… perché è una lotteria. Penso a un designer o a un artista, ma anche chi scrive come me. Il sistema impone cosa leggere, cosa vedere, chi seguire, che oggetto comprare.

Aggiungiamo il potere. 

Sapete le segretarie che si identificano con il loro capo? Ecco alcune pr sono esattamente così. Hanno il potere di escludere e coinvolgere; di dire o non dire. Chissà le volte che un azienda mi ha ringraziato e io non lo so o ne sono venuta a conoscenza per caso. Mi è capitata un’intervista fasulla (loro lavoro letterario dello studio di pr) con pretesa di pubblicazione ‘così com’è’ (!?!).
Credo che le aziende giochino su questo fatto del potere: il bastone e la carota, perché queste donne (o uomini) sanno benissimo che se il vento cambia… bye, bye. Quindi c’è anche questa componente che incolla e incastra il sistema ‘uccidi creativita’ ancora di più.

Per me è come se queste  persone pescassero con le reti a strascico, indifferenti al deserto che lasciano, dopo il loro passaggio. 

Elisabetta Guida