Il Domaine di Alexandre Bonnet ed il suo Champagne, Blanc de Noires.
Prima ancora di capirlo, il corpo sente il suono. Da qui si cominciano a costruire i significati con l’esperienza, poi c’é il fonosimbolismo, cioè il cervello che cerca i pattern: es. suoni morbidi associati a parole affettive, suoni duri a parole pericolose, anche inconsapevolmente.

E niente è più vero come quando si parla del Domaine Alexandre Bonnet, 488 ettari di Vigne a Riceys, tra la Borgogna e lo Champagne, coltivate con i vitigni del Pinot Noir.
Ma non ha né il sapore fresco e acido della regione dello Champagne, nè quello pieno e rotondo della Borgogna. E’ più una via di mezzo ed il motivo sta nel tipo di vitigno che non ‘copre’ il suolo ma lo rivela. Nella Côte de Bar il terreno è un calcare che arriva fin dal giurassico e la morfologia permette in spazi ridottissimi una differente insolazione.
Si dice che bastino quattro o cinque giorni di clima diverso e il vino cambia. Gioie e dolori del Pinot Noir, la cui buccia sottilissima che lo rende da una parte estremamente sensibile dall’altra -e proprio per questo – capace di creare i tre doc del domaine , Champagne, Coteaux Champegnois, Rosé des Riceys.
Non per niente i Bonnet hanno chiamato, il Domaine, Alexandre.
Un nome che suona forte e rotondo.
Ma a chiedersi, perché chiamare un bambino Alexandre, viene fuori che i francesi lo percepiscono solido ed elegante. Certo non potrebbe chiamarsi così il primogenito destinato al trono non è un Louis o un Henry. Ma proprio per questo un Alexandre non deve dimostrare la sua nobiltà a qualcuno, piuttosto é un ponte tra mondi, perché lui la vita se fa da sé.

La cosa più curiosa è che non c’è traccia di nessun Alexandre Bonnet in famiglia.
Il fondatore fu Lucien Noble nel lontano 1937, poi la figlia sposò René Bonnet. La spiegazione che mi sono data è che Alexandre sia il 24 Cru del Ricey che tiene insieme gli altri 23, capacissimo di intendere e volere in autonomia.
Ed è evidente se si considera il loro Blanc de Noir: per me più che uno champagne è un funambolo che cammina verso quello che è lo scopo della sua vita: essere.
Intanto per la parcellizzazione.
Le parcelle sono piccoli appezzamenti di una vigna, ognuno con differenti caratteristiche (altitudine, tipo di suolo, età delle piante, drenaggio ecc…).
Il Domain non raccoglie tutto insieme ma degusta e vi indica separatamente per poi andare a comporre il suo Blanc de Noire. Ovvio, ogni anno non è uguale al precedente. Ci sono accorgimenti per mantenere uno standard nel sapore ma le bottiglie più interessanti sono quelle che arrivano magari da una sola parcella o dal cambiamento. Morale il blanc de noir di Alexandre Bonnet non è per tutti -come del resto ogni essere umano sulla faccia della terra-, è vino del territorio.
Se cercate uno champagne leggero, dolce e da festa non è quello giusto.

Poi per la vinificazione.
Il metodo è quello Borgognone. E qui bisogna partire dalla storia.

Tutta la zona nell’antichità veniva chiamata Mano di Dio, per forma che veniva data dalle cinque valli. L’indice sarebbe Riceys (dopo la rivoluzione francese, quando la Francia fu divisa per dipartimenti, il paese riunì tre borghi -se capita che passate di là… ecco perché ci sono tre campanili. Ed essendo un luogo al confine, un tempo le tinaie avevano due porte, ognuna affacciata su una contea differente, da dove usciva il vino a seconda delle annate.
Oggi fa parte dello Champagne ma dentro Alexandre Bonnet convivono due saper fare differenti, uno più istintivo (quello della Borgogna), l’altro più tecnico.
Il bello è che tutto questo si è tradotto in uno Champagne (e per chiamarsi così ci sono regole da rispettare).
E mettiamoci anche che Alexandre Bonnet è molto più vecchio di quello che dà a vedere. Mi ricorda i vampiri che ne dimostrano trenta, invece di anni ne hanno 1000. Forse lui di più, che sembra che la sua storia vada di pari passo con quella del territorio.
Le abbazie attorno alle quali i frati cominciarono a fare vino. Le case dei paesini costruite con la pietra calcarea che prendevano in vigna.

C’è una storia a proposito. A un certo punto le voci sulle abilità dei muratori della Côte de Bar cominciarono a diffondersi e vennero chiamati a Versailles per realizzare le famose fontane. Li chiamavano “canard”, come le anatre, perché lavoravano tra acqua e fango.
Elisabetta Guida

(Questo articolo -come i precedenti del resto- non è un pubbliredazionale. Il Domaine mi invitó ad una degustazione qualche mese fa ma non ci andai.
Un po’ perché non mi volevo sentire in dovere di scrivere, e poi perché mi piace capire bene)



