Equilibri instabili. Tra il vino di Silvio Jermann e l’arte di Marco Ferri
Importante– Questo articolo è impaginato su due colonne, perché vorrei l’effetto specchio. L’idea è partita da due pensieri che si sono sovrapposti. Certo è il mio punto di vista forse non il vostro. la verità è un accostamento, ognuno si fa il suo.
Mentre scrivevo mi sono imbattuta nella pubblicità del nuovo libro di Stefano Rovelli “Sull’eguaglianze di tutte le cose” in cui si chiede cos’è la realtà? potremo un giorno dire ha un senso? chissa.
Ma al di là, se mi leggete da un smartphones si scompaginerà tutto.

Silvio Jermann non sopportava l’idea che il un bianco fosse considerato il figlio di un dio minore. Fino a lui, era a fatica considerato un vino. Niente struttura, niente evoluzione, niente pensiero. Prodotto in quantità, era una bevanda leggera e semplice da bere subito.

Mettete che in Friuli la qualità dell’uva era altissima. E che lui era figlio di viticoltori: vedeva quello che si faceva e quello che avrebbero potuto fare.

Al primo sguardo le opere di Marco Ferri fanno sentire un senso di ‘casa’. Finalmente il luogo dove si può smettere di difendersi. Ci si può espandere. La bellezza riempie, il male é lontano. Penso alle mie preferite, le opere a forma di ottagono.
Loro non sono tele piatte ma veri e propri oggetti.

Mi fanno pensare alla pietra di un gioiello preziosissimo.
Sono quasi ipnotici.
All’interno paesaggi che danno un senso di rarefatto dipinti su spessore e bordi.
Aggiungete che la regione é terra di confine, quindi più aperta alle nuove tecnichedi altre. (Ci sono le botti di acciaio, si può controllare la temperatura). E che negli anni 70/80 alcuni bianchi della Borgogna cominciano a incrinare l’idea per cui questo vino sarebbe il parente povero del rosso.
Conclusione: Silvio Jermann fa la rivoluzione: trasforma il terroir in una relazione.
Nella maggior parte dei casi un vino è espressione di un territorio, ed è indubbiamente Friuli, ma con Jermann è impossibile dire esattamente dove.

I vigneti sono tra il Collio e l’Isonzo, due terreni diversissimi.
Il Collio non è sempre stato terra, un tempo era un fondale marino. Sabbia, Fango.
Anno dopo anno (millioni) il mare si ritira, i sedimenti si compattano diventando roccia. Il fango diventa marna, argilla e calcare. La sabbia arenaria.
I movimenti della crosta terrestre alzano il terreno e lo fanno diventare collina. Arriva il brutto tempo. La pioggia, il vento, il tempo rompono il terreno. Gli strati di marna ed arienaria si sgretolano, trattengono l’ acqua ma drenano facilmente.
E’ un terreno instabile: le radici della vite penetrano in profondità,

la nutrizione è irregolare, la pianta lavora. Il sapore che ne esce è struttura e profondità.
La parte nascosta del vino.
Al contrario l’Isonzo ha un origine fluviale: sabbie, ghiaie, ciottoli. Non trattiene l’acqua, è un suolo povero. La vite impara l’arte del ‘lasciare andare’. Non ha tempo, la crescita è lineare ma veloce. Il sapore è fresco, leggero, nitido .

Jermann li fa parlare tra loro.
E siccome per dire cose interessanti bisogna avere un pensiero diverso, mescolano uve che sembrano incompatibili. Costruiscono il vino in modo che ogni caratteristica venga interrotta da un altra. Se si sente morbidezza, arriva acidità. Se si sente freschezza arriva profondità. Se si sento luce, arriva ombra.
Lo scopo é fare un vino aperto, costruire un equilibrio imperfetto. Non permettere al cervello di trovare un centro (si sposta sempre), dare un nome, chiudere. Per questo motivo evitano aromi evidenti, marcatori facili, legno invadente: un vino troppo profumato é già deciso, chiude la lettura.
Il segreto di Jermann è il controllo totale: temperatura, ossigeno, tempi di raccolta (la vendemmia si fa quando l’uva non è troppo matura né troppo acerba ma si trova in territorio ambiguo).
Discorso che presuppone sapere dove andare. Molti hanno provato a fare lo stesso ma il risultato è stato confusione.

Resta che la bottoglia più rappresentativo è Vintage Tunina: il nome è un manifesto.
Tunina, diminutivo di Antonia o Antonietta probabilmente è una signora legata alla famiglia o alla vigna. La parola ‘vintage’ in un vino significa annata. Ma questo miscuglio, dialetto inglese, significa avere cambiato grammatica. Avere portato un territorio a confrontarsi con grandi vini.
E’ il punto dì rottura.

La Famiglia Jermann.
Jermann.it
Jermann_wine (instagram)
Una selezione di uve Chardonnay, Ribolla Gialla, Sauvignon ed alcune annate di Malvasia come fossero parole da usare per costruire un discorso.
Come se oltre ad essere ‘casa’ rappresentassero le cose come sono veramente. Come se Marco Ferri fosse riuscito a ripulirle da quegli strati di pesantezza e sporco. O forse semplicemente individuare quelle forme chiuse , che arrivano da un ricordo lontano, da un desiderio che si è formato nel tempo. Ma se si guarda meglio si cominciano a vedere le crepe, le superfici che si aprono. E all’improvviso arrivano il dubbio e l’incertezza. A ricordare la stessa storia simbolica dell’ottagono, viene in mente che è simbolo di passaggio, porta da uno stato all’altro.

E’ come se il quadro, ti dicesse questa cosa che stai guardando esiste davvero o la stai costruendo mentre la guardi?
Sopra: Marco Ferri, Cozens, acrilici, ferro, cera su legno. 2026, cm 84×95. Sotto: tra le righe, cm 58×47, 2025, acrilici, cera su legno.
E’ il momento in cui la realtà smette di essere affidabile.

Ma cos’è davvero quello che vediamo e tocchiamo?
marcoferri.net (Pagina Web)
ferrimarcoarte (instagram)
Di sicuro una forma che non si lascia chiudere, si altera, si sposta.
La frattura è già nelle cose: la perfezione non può fare altro che rompersi da dentro.

Per trovarla Marco Ferri toglie, scava, consuma. Il suo approccio è quello di un restauratore al contrario, non mette a posto, non aggiusta, rende evidente il problema.
E non è che significhi distruzione. La regola del tempo è che scorre avanti, non si può tornare indietro. Il disordine è l’unico sistema che permette più possibilità e più configurazioni possibili.
Tutto si adegua.


Il Rinascimento è una conquista non come funziona il mondo. Il cambiamento non si può fermare

La bellezza delle opere di Marco Ferri è che fa sentire questo movimento. Mette al centro. Fa rimanere nel un punto in cui un pezzetto di mondo si tiene ancora insieme.
Ci sono sue tele tele che sembrano andare nella direzione opposta. Pare che progetti, misuri, costruisce; ricordano il motivo di meandro. La greca fatta di linee spezzate che si rincorrono senza una fine. Quelle di Marco Ferri sono figure geometriche dipinte con colori meravigliosi.
Fanno pensare a quel modo di vedere il mondo dove tutto è misurabile, tutto segue una proporzione.
La differenza è che Marco Ferri mostra quel qualcosa che sfugge. Le sue ‘greche’ sembrano rappresentare i mattoni attraverso cui la realtà manifesta se stessa.
Marco Ferri e Silvio Jermann creano sistemi che non si chiudono. Ognuno con la propria lingua, la propria modalità.
Vale anche se per Jermann il controllo è fondmentale. Anzi, forse proprio per questo, perché lo usa per fare un vino che ogni volta che sembra si sia raggiunto diventa altro. Lo stesso modo in cui Marco Ferri usa la costruzione del mondo.

Elisabetta Guida



