Due case, due modi di vivere: Rembrandt e Bol.

La colazione era un avanzo, del pane raffermo, oppure un pezzo di aringa. Poi, Ferdinand Bol. usciva di casa, inoltrandosi per le strade di Amsterdam.
( questa e la fotografia con la bolla di sapone è mia)
Appena ventenne abitava vicino al porto interno, nel Damrak. Oggi in quei luoghi c’è la stazione centrale, ma allora camminarci prevedeva attraversare nuvole di polvere che scappavano dai sacchi, sentire un odore misto di spezie e pesce, fare attenzione a non andare a sbattere contro chi trasportava le merci più improbabili, vedere stoffe preziosissime.
Da qui si dirigeva verso Piazza Dam: il centro del potere, dove si commerciava, contrattava, giudicava. Per di qua passavano tutti, anche Rembrandt perché se si andava verso i caseggiati a sud, si arrivava presso lo studio di Hendrick Van Uylenburgh -oggi è discussa la sua esatta posizione-. Qui nel 1636 Ferdinand Bol prendeva lezioni da Rembrandt.

Mai persone avrebbero potuto essere più diverse.
Questo articolo è la storia delle case di questi due artisti.
O anche del modo che hanno avuto di affrontare la fragilità del vivere. Perché l’Olanda nel 1600 era appena diventata una Repubblica contro l’impero più importante d’Europa, la Spagna. Nel giro di qualche decennio diventò una potenza economica: la ricchezza non venne trasformata in ‘aristocrazia’. Qui non hai il potere perché hai un diritto di dinastia ma perché performi, quindi puoi essere sostituito, fallire, perdere tutto. Metteteci che la geografia che era ostile: paludi, acqua inondazioni. E il calvinismo che non prometteva la salvezza, non c’era assoluzione.
Le case ordinate, le nature morte, tutto il morigerato che si poteva trovare, era il tentativo di costruirsi un argine.
Rembrandt preferisce fare entrare l’acqua, lui ha bisogno di verità.

Tutto è cominciato lo scorso ottobre con la newsletter di KLM (la compagnia aerea dei Paesi Bassi) che ogni anno, nella data della sua fondazione, fa uscire una casetta storica Blue Delft riempita di Gin olandese. Ho scelto la casa di Rembrandt (ha volte lo sogno!) e quella del museo Van Loon (ne ho un ricordo meraviglioso), ho scaricato l’app e ci ho lavorato sopra. (É evidente che l’articolo non è un pubbliredazionale)

Capitolo 1: Jodenbreestraat 4

La casa che diventó di Rembrandt fu costruita tra il 1606 ed il 1607. Si trattava di una residenza privata a due piani con tetto a gradini.
Vent’anni dopo, i proprietari decidono di ristrutturare: aggiungono un altro piano e rifanno la facciata. Un palazzo importante, si dice ne fosse coinvolto anche l’architetto che progettò il Municipio di Amsterdam, oggi Palazzo Reale.
Per Rembrandt somigliava alla casa di un maestro europeo, dove avrebbe potuto abitare Leonardo, Caravaggio ecc.. Lui voleva essere loro, a modo suo. La vede e si immagina nel posto giusto mentre dipinge l’anima dell’umanità.

La vede e si immagina nel posto giusto mentre dipinge l’anima dell’umanità. Tutti lo sconsigliano dall’acquistare, troppo grande, inutile per le sue necessità, molto costosa. E poi nel 1600 era uso affittare, meno complicato. Tutti tranne Saskja, sua moglie, infatti i due faranno di Jodenbreestraat 4, non una casa ma la loro personalissima capitale.
(la fotografia è di @museumrembrandthuis)
Il loro fu un incontro del destino. Lei era in visita dal cugino Hendrick Van Uylenburgh, proprio il ‘manager’ e il proprietario dei locali dove Rembrandt lavorava e viveva. Saskia non é una fanciulla passiva da arrangiare, ha un cognome potent. Non sposa Rembrandt per mostrarsi, non avrebbe potuto, lui aveva già una vita fuori copione. Saskia “lo vede”. E Rembrandt non la sposa per “salire”, Saskya è la sua luce possibile, la dipinge ovunque: diventa la sua musa.
Sono l’incontro di due visioni di sé che si andranno a ribaltare su Jodenbreestraat 4.

Conclusione: Rembrandt acquista la casa nel 1639, all’apice della sua carriera, pagandola 13.000 fiorini.
In tutto quello spazio ci fa: una camera delle meraviglie, una galleria di stampe italiane, modelli di mendicanti, rabbini, mercanti, i più svariati costumi. Ma soprattutto : confusione. Perché era questa la sua idea di studio artistico: un minestrone alchemico.
Quando venne dichiarato insolvente nel 1659, e tutti i suoi beni messi all’asta, chi doveva stilare gli elenchi scrisse che le stanze erano talmente zeppe di cose che non sapevano dove mettere i piedi. Pare ci fossero quadri ovunque, anche dietro i mobili.
Fu coinvolto nella grande crisi finanziaria della bolla dei tulipani. Ma la randellata bene assestata, da cui mai si riprese, fu la morte di Saskya nel 1642. Cosa che per assurdo diventò ancora più “Rembrandt”. Da quel momento cambiò il suo abitare, quello di intendere la luce. Si rifiuta di di spostare anche un solo oggetto nella camera di Saskja.
(Se di interesse: Un quadro di Rembrandt per guida turistica )
Dopo Rembrandt, la casa venne

lottizzata, passando a diversi proprietari nel corso dei secoli. Il quartiere col tempo perde prestigio. Ma nel 1906 in occasione del Rembrandt Year alcuni appassionati la salvarono dalla demolizione.
L’anno seguente passò di proprietà del comune e nel 1911 diventó un museo, tentando di ricostruire quella che fu la casa di Rembrandt.
Capitolo 2- Keizersgracht 672
Ferdinand Van Bol era un uomo che nella società si sapeva muovere.
Capiva il mercato, si costruisce la sua immagine, dipinge ciò che i detentori del potere vogliono vedere. Facile etichettare Bol come un opportunista ma sarebbe una menzogna.
Le due fotografie sono del @museumVanLoon

Semplicemente per lui l’arte era un mezzo per raggiungere la possibilità di una vita serena.
È più un discorso di cosa una persona voglia fare del suo talento (è stato il migliore allievo di’ Rembrandt).
Resta che pennellata dopo matrimonio arrivò all’agognata tranquillità: il n. 672 sul canale Keizersgracht.


Bisogna dire che la casa, che oggi è il museo Van Loon fu acquistata da questa famiglia solo nel 1800. Il primo proprietario fu Jeremias Van Raey, un mercante che si fece costruire due case gemelle il 672 ed il 674. Lui avrebbe abitato quest’ultima, mentre il 672 fu affittato da Bol e dalla sua seconda moglie Anna Van Erckel, vedova di un uomo molto facoltoso.
In quel periodo Bol smette di dipingere professionalmente -si dá alla finanza, all’amministrazione-. Invece lo fa per sé stesso, si ritrae con la moglie, cosa che mostra che la loro unione non fu qualcosa di finto. La sua identità era essere un agiato borghese.
Ed è incredibile, a guardare la genealogia della casa, come sembra che il terreno stesso fu costruita abbia questa energia. L’architetto chiamato fu Adriaan Dortsman, che progettò diverse abitazioni sui canali di Amsterdam.
Capitolo 3: Il Vangelo secondo Agrado.

“Ognuno è tanto più autentico quanto più somiglia all’idea che ha di sé stesso”.
(da “Tutto su mia madre” di Pedro Almodovar)
Elisabetta Guida.



