Come se il prima e il dopo si incontrassero tra uno e l’altro
Bertozzi & Casoni al Palazzo Bagatti Valsecchi

L’aria ha qualità differenti, colori diversi, consistenze che variano.
Capita che prenda quella consistenza morbida capace di attraversare la pelle, come fosse una luce ovattata. Quando succede, lì per lì mi viene da respirare più profondamente per trattenere la bellezza, per farla entrare più che posso; ma é come se rompesse gli argini. Divento rigida come una borsa troppo piena e vorrei solo liberarmi del mio corpo, diventare quell’aria.
Il Museo Bagatti Valsecchi e Bertozzi & Casoni l’hanno fatto succedere.
I fiori lasciati distrattamente sui divani e sulle poltrone di velluto. La custodia di un violino che sembra appoggiata sul primo supporto disponibile. I resti di pezzi di vita: cibo, sogni, libri. Il segno di un rossetto sul bordo di una tazza. Armature, arazzi, camini, arredi rinascimentali.
Si supera l’ingresso e ci si trova dentro la risonanza, oltre il confine del tempo.


La sensazione e quella di stringere tra le mani il viso della persona amata. Quando la gravità sparisce e tutti i luoghi, diventano non luoghi, perché non sono più in posto sulla terra, ma ci volano intorno. Momenti che appaiono fragili: l’incantesimo è talmente perfetto, la bellezza così evidente che sembra basti uno schiocco di dita per ricadere nell’ordinario. Invece, a frantumarsi é tutto quello che non è sospeso in questa leggerezza.


Ci sono vassoi con avanzi di cibo, come se la vita fosse passata per andare a fare altro. Sopra libri ammonticchiati o quello che si aveva tra le mani nel mentre. Oppure oggetti appoggiati come se non si avesse voglia di alzarsi da una poltrona. Borse aperte abbondanate sul primo ripiano a portata di mano e sulle quali si sono posate farfalle variopinte.


Nei camini pronto a bruciare, c’è il passato che si compone e decompone in un ciclo eterno. Ossa appartenute a qualcuno, sedimenti di mare e terra da cui sono nati iris. É tutto così vivo: così delicato.

Già la fragilità. Si dice sia la proprietà di cedere improvvisamente, senza dare alcun preavviso. Che, tradotto, significa semplicemente andarsene senza fornire troppe spiegazioni. Una delle qualità dell’ aristocratico -la nobiltà é una predisposizione dell’anima- che non chiede il permesso di stare al mondo.

E qui siamo a Palazzo Valsecchi, la casa museo che i due fratelli hanno costruito come fossero signori rinascimentali e che la famiglia ha donato alla collettività. Non è stato un atto dovuto: tutto quello c’è apparteneva a loro, ed è generosità assoluta.
Mi piace sottolinearlo, perché quando qualcuno fa un gesto simile, col passare del tempo si tende a darlo per scontato. Ad ogni modo, la magia è che, quando si è in quelle stanze, non si sa più cosa sia del 1500 e cosa sia invece una copia.
D’altra parte, potrebbe mai l’avere essere più importante dell’ essere? In Giappone, per esempio, si usa tramandare la forma: ci sono templi che vengono completamente ricostruiti dopo soli vent’anni. Ma andando oltre: in conferenza stampa Camilla Bagatti Valsecchi e Antonio D’Amico, il direttore del Museo, hanno raccontato che ci sono fotografie in cui la mamma di Camilla beveva da un bicchiere del 1500. Oggi non si fa più. Alla mia domanda sul perché, si sono snocciolate una serie di considerazioni sulla ‘conservazione’. Come fosse la cosa più ovvia. In realtà, secondo me, si tratta di un diverso modo di stare al mondo. La mamma di Camilla non era una sprovveduta e il bicchiere non si trasformò in un esemplare più giovane.

Probabilmente se avesse rotto quel vetro antico, oggi scriverei di un episodio curioso, quasi mitico; fra cento anni, all’inaugurazione di qualche mostra, se ne parlerebbe come si racconta la storia segreta di un oggetto. Quel bicchiere era qualcosa che ha attraversato i secoli rimanendo vivo.
nvece, a guardarsi intorno oggi, si vedono barriere su barriere, costruite su normative sempre più stringenti. Per esempio a Palazzo Bagatti Valsecchi non possono più lavare il parquet a mano. Il problema è che così si crea una distanza infinita tra ció che siamo/sentiamo e noi stessi. C’è da chiedersi qual è la differenza tra conservare una cosa e trasformarla in un’etichetta?
Sembra che i giganti dai piedi d’argilla siamo noi, con la nostra mania di sublimare fino a perderci.

Poi, chiaro, questo è il mio punto di vista, ed è facile parlare senza la responsabilità di tutelare un qualsivoglia bene. A palazzo c’è una stanza, dove il soffitto, dipinto come un cielo stellato, sta sopra un tavolo dove il naso di pinocchio trattiene un sacco di libri. Perché dí verità ognuno ha la sua.


E quella di Bertozzi & Casoni è che le ceramiche hanno la stessa fragilità di un diamante.
Difficili da definire per la materia di cui sono fatte. Le ossa sono ossa, le lattine, lattine, i resti di trucco, trucco , le farfalle, farfalle eccetera. In realtà sono un ponte verso eternità per raggiungere la vita quando cambia stanza. E magari ritrovare Stefano dal Monte Casoni, uno degli artisti del duo.
Elisabetta Guida


“Eterne e Fragili presenze” è una mostra curata da Alberto Mattia Martini e realizzata in collaborazione con la Galleria Giovanni Bonelli- Fino al 25 ottobre al Museo Bagatti Valsecchi.
Tutte le fotografie sono mie.



