Champagne: le origini. Tra Reims, Ruinart e Ao Yun



Per rappresentare i sovrani di Francia ho scelto il re di picche di Emanuele Luzzati. Nei tarocchi sarebbe il seme delle spade. I tappi di sono di Champagne.fr, sito interessante se voleste andare per qualche giorno da quelle parti. Di fianco un disegno della Cattedrale di Reims, se interessa, la chiesa ospita le vetrate realizzate da Chagalle.

La sensazione, quando si beve Champagne è casa. Per un momento il mondo gira nel verso giusto, il male è lontano.
È qui che tutti i discorsi sulla memoria collettiva, la funzione della tradizione, l’identità cominciano a diventare inquietanti. Come se qualcuno ci spingesse oltre una soglia e, all’improvviso, ci si trovasse, all’incoronazione di un qualunque re di Francia, mentre in piedi, in silenzio, beviamo Champagne, guardando il sovrano negli occhi.
A distanza di secoli, il corpo sente le stesse sensazioni, del momento, in cui, questa tradizione è cominciata. Era il 496 e Clodoveo, capo di una confederazione di franchi, aveva tanto bisogno di legittimità.
Oltre che sul suo popolo, governava sui galli e sui cristiani, i quali non lo vedevano, esattamente, di buon occhio. In aggiunta era assediato dai rivali, familiari & non.
Furono gli anni che seguirono la caduta dell’impero romano d’occidente e l’unico potere che ancora reggeva era quello della chiesa. Ma non bisogna immaginarsela all’apice della sua potenza, era senza infrastrutture, eserciti o un’influenza diretta.
Così perché non fare un accordo e darsi una mano?
Detto: fatto. Clodoveo è incoronato da niente meno che da Remigio, uno dei Vescovi più potenti della Gallia. E il tutto avviene a Reims, terra di confine. Non a Roma, dove il re di Francia si sarebbe dovuto sottomettere al Papa. Ma nella capitale della Champagne dove il sovrano nasce come figlio della chiesa, non vassallo del papato.
Da questo momento tutti i re di Francia furono incoronati qui.
Reims diventa la terra del rito e a questo punto serviva un vino. Il liquido che entra nel corpo e che fin dalla preistoria significava “partecipo al patto”, “da qui comincia un tempo nuovo”.(Pensate anche solo all’Eucaresia).

Ora, la Champagne aveva una viticoltura antica, risalente alla Roma Antica, che diventó strutturata tra il XI ed XIII secolo. Il problema era che produceva vini chiari, leggeri, instabili. E di sicuro, per le faccende reali, non si potevano usare quelli delle regioni vicine. Intanto perché la Borgogna era legata ad un altro ducato ed avrebbe significato legittimare un altro potere. Per non paralare della Loira che era legata alle residenze secondarie del re, quindi era vista come un territorio che accompagnava il potere, ma non lo fondava.
L’unica strada era creare un vino all’altezza della situazione.
La forza dello Champagne fu che è Impossibile attribuirne l’invenzione a qualcuno, non scese dall’alto. Fu il frutto di una moltitudine di decisioni, che col tempo andarono a costruire un identità.

Questo è il terreno sopra cui nasce l’uva da Champagne.
Le immagini senza didascalia sono di Champagne.fr
Uno dei più grandi problemi che dovettero risolvere i vignaioli era legato alla seconda fermentazione -senza la quale lo Champagne è un vino come un altro-. L’inverno è freddo la fermentazione si blocca, il vino sembra finito e viene imbottigliato. Ma in primavera quando torna il caldo i lieviti si riattivano e le bottiglie scoppiano.

Per ovviare alle conseguenti perdite economiche Dom Perignon cerca un modo per eliminare le bollicine, ma nel farlo getta le basi per controllarle. Cominció ad assemblare uve diverse, villaggi diversi, compensó le annate. Lavoró alla pressatura.
C’era il problema del vetro. In Francia i forni funzionavano a legna, quindi il calore consentiva solo vetri sottili e delicati. Ma in Inghilterra, arrivò il carbone, l’industria e le bottiglie.
Prima del 1728, in Francia, era vietato vendere vino che non fosse in botte, giunto a destinazione veniva travasato in bottiglie che tornavano in Francia a seguito di Diplomatici, o per contrabbando. Quando i francesi assaggiarono cosa era diventato il loro vino nelle bottiglie inglesi, fu l’inizio di quello che oggi consideriamo Champagne.
La caduta del divieto e l’imbottigliamento lo faceva diventare esportabile, permettendo un investimento economico. Il primo a vedere il futuro Dom Thierry Ruinart, un monaco benedettino che visse tra Reims e Parigi. Il nipote Nicolas aprì la prima Maison e creó il sistema.

Questa è una vecchia fotografia di Ruinart. La Maison appartiene dal 1971 a LVMH che la gestisce come fosse un’impresa familiare.
Ecco il vino all’altezza di ogni rito.
Ieri come oggi lo Champagne è il vino del sigillo, attesta che qualcosa è successo, a partire dal suono del tappo. Nel momento in cui apro la bottiglia non posso più tornare indietro, che sia L’incoronazione di un re, un trattato di pace, un matrimonio o l’inizio di un nuovo anno. Porta sempre questa cesura tra un prima e un dopo.
Moët Hennessy, una holding industriale e finanziaria ( la divisione vini e spiriti di lusso del gruppo LVMH -Luis Vuitton Moët Hennessy-), sta cercando di creare lo stesso sentire dello champagne sganciato da terra, storia, comunità e tradizione: nessun “terroir’. L’idea è: come la Champagne ha creato un vino degno di un re, noi creeremo il Grand Cru che rappresenterà la Cina.


Sopra la Valle della Tigre, scattata da J.Pennick per LVMH; di fianco una bottiglia Ao Yun.

Si tratta di Ao Yun – “nuvola che vola”-, un vino rosso fermo, la cui caratteristica è di crescere tra i 2200 e i 2600 metri di altezza. Il lavoro agricolo è fatto dalle famiglie locali. Per il resto gli enologi sono francesi, i direttori di progetto sono stati formati a Bordeaux. In Cina non esiste una tradizione storica del vino d’uva. Ci sono bevande fermentate di cereali ma sono standarizzate.
Moët Hennesy, sulla pagina web dedicata ad Ao Yun dice che prima di trovare lo Yunnan, i terreni intorno a Shangri-La in Tibet, hanno valutato altre 4 zone cinesi.
In tutto questo non capisco dove sarebbe la connessione con lo Champagne.
Bisogna dire, per prima cosa che in Cina il potere non è rito condiviso, bere non suggella un cerimoniale. Il potere è l’amministrazione ed è rappresentato da un “timbro”. Il più famoso dei quali, fu creato dalla dinastia Qin. Era inciso in Giada ed attorno aleggiava la convinzione d’essere “il mandato del cielo”. Oggi usano un timbro rosso circolare. Ma sono oggetti da non confondere con la nostra firma. Il timbro appartiene all’ente, non alla persona e vale più della volontà individuale, con la conseguenza che rende valido un documento anche senza consenso.
Di fianco un sigillo imperiale battuto all’asta da Sotherbys, rimasto per anni sulla libreria di un signore francese è appartenuto ad un imperatore che abdicò per mantenere una promessa. Per leggere la curiosissima storia: qui.

Poi, i vigneron della Champagne hanno costruito un terroir.
Il confucianesimo funzionava come ordine rituale del tempo feste, antenati, stagioni. Mao ha delegittimato la famiglia, distrutto templi, biblioteche, genealogie , umiliato pubblicamente i maestri, perseguitato la calligrafia, la musica, l’opera tradizionale. Lo scopo é stato svuotare i simboli, tagliare le radici, per poi usarli come viene più comodo all’ideologia. In genere si pensa alla cultura come qualcosa per intellettuali, ma cultura è anche riunirsi attorno al fuoco e raccontarsi delle storie. Questo a distrutto la Repubblica Popolare Cinese. Hanno fatto lo stesso in Tibet.
Ao Yun arriva dallo stesso meccanismo. É un oggetto senza memoria.
(Frank Dikötter, “The Cultural Revolution: A People’s History”, 1962–1976, Bloomsbury, 2016; Tsering Shakya, “ The Dragon in the Land of Snows”, Columbia University Press; Melvyn C. Goldstein “A History of Modern Tibet, vol. 2: The Calm Before the Storm”, University of California Press).
Un simbolo per funzionare deve produrre senso non controllabile. Almeno così dicevano Paul Ricoeur, Carl Gustav Jung e altri, è semplicemente perché si costruisce col tempo.Se si fa un lavoro di marketing depurandolo dai conflitti allora funziona solo per una qualche associazione al “lusso”.
L’opera è di Steven DaLuz.

Aaah ecco, svelata l’operazione commerciale.
Ma questo è solo il bicchiere mezzo vuoto, di mezzi pieni ce ne sono ben due:
1- Ao Yun alla fine è un gran vino che rappresenta esattamente quello che la Cina vuole negare.
2. Chissà che la riscossa non cominci da qui.
(La terra è magica)
Elisabetta Guida



