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C’era una volta. (Storie: tra l’arazzo di Bayeux e quelli di Claudy Jongstra)

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Pecore, piante tintorie, lana lavorata a mano e una storia. Quella di Bayeux, lunga quasi 70 metri: è fatta per creare consenso. 

Tutte le immagini dell’arazzo di Bayeux sono una cortesia del British Museum e promozionali alla mostra che espone l’arazzo a partire dal prossimo settembre fino a luglio 2027.

Anche oggi si usano le stesse tecniche, si ripete una narrazione fino a quando diventa realtà. Si lavora sull’ambiguitá, si sceglie, si estrapola.

Dall’anno 1000 la verità era incarnata dalla cattedrali. 

Particolare della Cattedrale di Bayeux.
La fotografia è di: PMRMaeyaert, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons


Le storie, come quella che racconta la conquista del trono inglese da parte di Guglielmo il Conquistatore, introducono ‘la sequenza’. Così lavorando sul tempo arrivano i come, i perchè. Si possono ‘tirare’ i fatti.
A proposito l’arazzo di Bayeux è una corsa a perdifiato.  Non da tempo per fermarsi e capire, trascina. Nella prima scena compare subito Harold andare verso la Normandia. 
Non si sa perché parta. Le fonti oscillano.  Chi dice fosse in missione diplomatica per conto di Edoardo il Confessore, chi a trattare la liberazione di alcuni parenti.
L’arazzo preferisce non dire. Mostra Harold a Bosham, partire in mare, approdare, venire catturato, accolto da Gugliemo.  Harold gli giura fedeltà, appoggia le mani sulle reliquie. Poi torna in Inghilterra e quando il re muore, prende il trono.  L’arazzo non spiega, non difende, ma lo spettatore avendo visto il giuramento, pensa “ha tradito”. (C’è una leggenda che va sostenendo che Edoardo avesse promesso il trono a Guglielmo). Appare la cometa di Halley: il cielo conferma il tradimento! Gugliemo si prepara alla battaglia: alberi tagliati, navi costruite, armi preparate, uomini che si muovono insieme. Si attraversa il canale.

È il momento della battaglia: la coreografia della violenza. Harold viene ucciso. Ma non c’è il dramma, l’obiettivo è fare intendere ‘l’evento era già scritto’.  

Sulle bordure: animali, scene strane, corpi deformati. E’ un secondo livello narrativo, più istintivo, meno controllato che lavora sulle parti nascoste di noi senza che ce ne rendiamo conto.

Screenshot

L’arazzo inanella fatti che rendono inevitabile un giudizio: Guglielmo ha ragione, Harold torto. 
Il meccanismo è sempre lo stesso: ripetizione + immagine + contesto = realtà interiorizzata.
La differenza è che nel 1066 si credeva che il senso esistesse già. Il mondo era creato da Dio, dunque tutto aveva un significato, bastava cercarlo dietro ai simboli. Ed inevitabilmente la storia da raccontare era una.

Oggi il senso non è univoco. Perché ‘la ragione’ non è più nelle cose, ma nel modo in cui si mettono in relazione tra loro. Ed ognuno fa le sue connessioni. 

Gli arazzi di Claudy Jongstra.

In questo metteteci il dato biologico: il nostro cervello non sopporta il vuoto. Il motivo è che uni schema è prevedibilità e la prevedibilità è sopravvivenza. E considerato che non abbiamo il controllo su nulla, meglio un significato che non c’è, piuttosto che farsi sorprendere da un pericolo reale.

Ma la  realtà è vastissima, è impossibile per una persona sola, verificare ogni fatto, controllare ogni versione.

Allora ci si affida al senso costruito da altri:una storia coerente già pronta permette di capire subito. Allora arriva la ‘manipolazione’. Perché più persone fanno diventare un punto di vista la loro storia, più quella concatenazione di fatto è forte.
Ecco perché pare di vivere in un universo di arazzi di Bayeux’. 
Ecco la connessione giornalismo/potere.
Ecco le professioni che vanno per diritti dinastici e amicizie.

Ma c’è un modo per spezzare l’incantesimo: racconto/senso costruito.

@ClaudyJongstra

É un’ altra storia, anzi sono tante storie, anche loro intessute. Dunque pecore, erbe tintorie, lana; che l’artista, Claudy Jongstra, alleva, coltiva e lavora mano. E poi le sue storie, dove non c’è prima, non c’è dopo, non c’è senso separato da me.  Chi guarda racconta la storia, non c’è niente di suggerito. 

Succede che gli arazzi di Claudy Jongstra creano un campo sospeso. 

Io ne ho incontrato uno da Masterly, The Dutch in Design a Milano. Saranno stati i fili di lana  sfilacciati  che sembravano zucchero filato. Ma non nel senso di stucchevole. Mi ha più dato l’idea di un incanto: di pezzi di  nuvola. Proprio con quella consistenza. Sará il senso di pienezza ed equilibro che mi hanno trasmesso.

E poi quella bellezza che ti trascina via e ti porta per qualche istante nel suo mondo. Perché si è attirati  dai  fili di lana e ci si ritrova: prima.
Prima del giudizio, prima del significato. 
In un istante liberi dal condizionamento. Un limbo.
Capita quando  fuori e dentro coincidono per un attimo. 

@ClaudyJongstra

Tra l’altro con gli arazzi capita una cosa incredibile. Perché lo sguardo si ferma sui fili di lana, incontra piccoli attriti, variazioni diverse. Non è una superficie liscia. L’arazzo ti fa entrare nel processo. 

Un  po’ come ascoltare la musica a tutto volume, sentire la vibrazione di una nota dopo l’altra.
E siamo dentro. Forse nel pensiero critico. 

Elisabetta Guida