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Carema è un universo (come spesso il vino). Una storia di spazio e dimensioni.

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Importante- Una parte dell’articolo è impaginato su due colonne perche voglio che arte e vino appaiono uno dentro l’altro o viceversa. Se mi leggete da cellulare scompagina.

Lo spazio è sempre troppo poco. Prendete un bicchiere di vino rovesciato, esattamente l’istante in succede ildisastro. A volerlo dipingere potrá mai essere contenuto in una tela?

L’opera è Flying Bye (1982) di Elizabeth Murray, quattro tele sovrapposte al centro mostrano un bicchiere di vino rovesciato. Attualmente visibile alla David Kordansky Gallery di Los Angeles – fino al 25 aprile 2026-. l’idea è riunire Elizabeth Murray con Betty Woodman per mettere in luce la loro capacità di pensare alle forme.

Certo: la prospettiva e le sue dimensioni. Ma basta? Larghezza, lunghezza e profondità sono davvero la
panacea per tutti i mali? Perché in realtà sono limitanti. É sempre come un costante sguardo dall’alto: la
distanza, quasi la presunzione.

L’unica soluzione è costruirci sopra. Una vera rivoluzione considerato che impone un altro punto di vista.
Vedere lo spazio intorno a noi non è fisso ed immutabile. Siamo noi a dargli una forma. Discorso che vale
anche per le vigne.

Penso a Carema ed ai suoi vigneti sollevati per fare fronte a pendii ripidissimi, rocce affioranti, pochissima
terra, clima alpino duro, inverni lunghi.

Fotografia é di Italia.it”, banca dati dell’agenzia nazionale del turismo . Quella sotto è del Consorzio.

Allora succede che qualcuno costruisca un muro oggi , un altro provi a fare crescere l’uva sospesa come fosse una pianta di glicine. Poi arriva l’esigenza di terrazzare un altropezzetto di montagna per il figlio o il nipote. A Carema funziona così fino dal medioevo. Qui il vino c’è dal XIII secolo.

Prima ancora, al tempo della Roma Antica, per Carema passava la via delle Gallie che univa Italia e Francia.
Prova che fosse molto usata é il Pont Saint Martin a qualche chilometro.

C’è una leggenda a proposito,secondo cui sarebbe stato costruito in una notte dal diavolo, in realtà dai romani nel 1 sec. a.c. E col passare degli anni è la caduta dell’impero si trasforma in una rete di percorsi locali: vie commerciali, itinerari di pellegrinaggio.
Mercanti, pellegrini e funzionari sapevano che a Carema si faceva vino. Un elemento necessario per il
benessere fisico durante il viaggio.

Era una bevanda calorica che rappresentava un supplemento di energia; era più sicuro dell’acqua. Era facile da trasportare e si conservava per mesi. Ma soprattutto poteva essere scambiata con sale, cibo e
stoffa.

La fotografia è di Visit Carema.


Si crea una piccola domanda interna. Certo non esagerata, ma sufficiente per costruirsi un’identità e a sfuggire al bisogno. Perché quando si fa vino si aspetta, si osserva si decide quando vendemmiare si lascia
maturare: si smette di relazionarsi alla vita attraverso la necessità.

Così generazione dopo generazione il paesaggio cambia, il modo di fare vino si affina. Anche il vitigno è cambiato. In Piemonte cresce il nebbiolo ma a Carema, quasi al confine con la Val d’Aosta, secoli di
evoluzione l’hanno trasformato in una varietà particolare, il picotendro – il nome ‘piccolo e tenero’ faccia
riferimento agli acini-.

La fotografia sopra è del Consorzio Nebbiolo di Carema.

Ovvio non è cosa che da sola fa l’eccezionalità del vino. Come sempre è il terroir, ma in questo caso secoli
di micro decisioni hanno portato a riconsiderare nella decisione il ruolo delle architetture a scapito della terra. Capita, quando si cominciano a cercare soluzioni e si smette di girare intorno al: “é così”.

Betty Woodman,Estate al Mare, 1995
glazed earthenware.
L’artista venne a Firenze a studiare rinascimento e prospettiva. Cercò di capire e d’inventare nuove strade nella relazione tra spazio e forma.

C’è un artista americana, Betty Woodman, che ha studiato la relazione tra spazio e forma. E per farlo (tra
l’altro) ha affettato, tagliato, scomposto una brocca.

Il risultato è che continua ad essere brocca: lo fa solo in modo diverso. Anzi alle volte lo è di più perchè fa intuire il movimento.

Carema ha fatto lo stesso. In genere l’uva è pronta per essere vendemmiata quando si sono accumulati gli zuccheri, é scesa l’acidità, si sono formati i tannini nelle bucce.
Ma per fare avvenire questi processi contemporaneamente ci vuole un certo tipo di clima.

La fotografia è di Visit Carema

E a Carema la bella stagione è corta e il sole è poco. Bisogna pensare in modo diverso.

Costruire i piloni di pietra che assorbono calore e lo rilasciano nelle mattinate fredde e la notte. Organizzare la crescita del vitigno sui tralci che da una parte creano la struttura che permette alle foglie di assorbire fino all’ultimo raggio di sole. Dall’altra l’uva che rimane sotto resta protetta da vento e condizioni atmosferiche avverse.

Tutto un discorso che poi va a coincidere con un sapore particolarissimo.
Se il vino rosso é massa, Carema è una linea, una fune che tiene mentre si mangiano formaggi grassi, carni bianche o funghi cucinati in qualsivoglia modo.
Dimenticate l’abbinamento perfetto da vino rosso.
La conseguenza è pensare che una bottiglia costi un capitale.
Carema richiede un lavoro immane. Ia produttività è bassa, gli appezzamenti sono frammentati, non è produzione ottimizzata, si fa tutto a mano. Poi c’è da aggiungere il rischio. Perché l’uva rimane in vigna fino a ottobre. Basta una giornata di pioggia a rovinare tutto.
Invece ha un prezzo incredibilmente basso rispetto al lavoro, che non ripaga la fatica.

Carema è il Pomerol prima della scoperta: microproduzioni, poca visibilità internazionale, nessun marketing storico. L’ombra in una caso del
Barolo, nell’altro dei Bordeaux.
Allora la domanda è: chi vuole essere la nuova Madame Loubat?

Elisabetta Guida

Idea per un Week end.

Una camera dell’Hotel Cavour et des Officiers
Di fianco Il Forte di Bard, wikipedia.

Carema è a 4/ 5 chilometri dal Forte di Bard e si raggiunge in una passeggiata di un’ora su sentieri antichi.

L’idea è alloggiare nella famosa fortezza, la porta della Val d’Aosta. (L’hotel è nelle stanze erano degli
ufficiali). Proprio qui passa la Via delle Gallie, oggi la statale 26 della Val d’Aosta. Il Forte fu costruito nel
punto in cui la valle si stringeva e consentiva un controllo totale. Tanto che riuscirono a bloccare Napoleone ed il suo esercito, pronti a invadere l’Italia, per due settimane. Lui con un diavolo per capello fece distruggere il Forte che i Savoia ricostruirono.
Nel medioevo la Via Franchigena, che andava da Roma a Canterbury si è in parte accostata, in parte
sovrapposta alla Via delle Gallie.
Se dall’hotel ci si dirige verso il borgo di Bard, la strada acciottolata è parte di questo cammino. Poi se qui si scende per il fondovalle, si seguono le indicazioni per la Dora Baltea e la pista ciclabile si arrivare al fiume. Lo si costeggia, si lascia il Forte alle spalle e ad un certo punto -dopo avere seguito l’indicazione per ‘Carema’- ci si ritrova a camminare sotto le pergole del vigneto.

(Sempre io)

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